venerdì 17 agosto 2012

Giorno 7.

Ancora una volta la notte è stata un po' insonne. C'è qualcosa che mi tiene sveglia qui, ma non riesco a spiegarmelo, come un'energia che, quando mi sveglio nel cuore della notte, sembra darmi talmente forza da poter correre su e giù per le scale dell'albergo. Forse, se ricapitasse, dovrei provarci.
Comunque sia la giornata è partita con calma, con l'obiettivo di raggiungere alcune località nella periferia o nei dintorni di Jaipur con una macchina, unico mezzo possibile per muoversi qui su medio-brevi distanze. Quello a cui non ho accennato è che questa città è in parte circondata da colline, alture verdi sormontate da fortezze, muraglie, che ne segnano armonicamente i confini con un colore bruno intenso. In alcuni tratti fa pensare all'immagine classica che si ha della muraglia cinese. Nei dintorni della città, per l'appunto, ci sono diversi luoghi particolari, palazzi arroccati su queste alture, da cui si può vedere la città dall'alto.
Dunque eccoci nella macchina, una claudicante Tata Indica con un solo specchietto. Fortunatamente quello di destra, visto che qui la guida è all'inglese. E in compagnia dell'autista Ganesh (ebbene sì, si chiama come la divinità dalla faccia di elefante) che è stato con noi tutta la giornata, dai modi gentili ma dall'inglese molto poco fluente. Mentre parliamo degli abiti indiani, lui tira fuori, ovviamente mentre guida, il portafogli e da esso due piccole fototessere che sembravano risalire ad una cinquantina d'anni fa. Osservando meglio una delle due, si capisce che si tratta di qualche mese o anno fa in realtà, perché vi è ritratto lui insieme alla moglie. Nell'altra foto c'è solo lei, con questo velo rosa acceso e con un'aria vagamente triste. Pochi minuti dopo, parlando della religione hindu, ci spiega che lui fa parte di una precisa casta, in cui vigono specifiche regole. Per esempio, dice, se ci sono i miei genitori a casa, mia moglie non parla, non rivolge la parola a nessuno. Lei parla soltanto quando siamo noi due. Annuisco senza capire, più che altro come a non voler capire. Sono perplessa, ma d'altra parte ogni cultura ha le proprie prerogative e regole.
Ganesh ci fa attraversare prima la città, mostrandoci alcune delle cose che abbiamo visto ieri. Poi ci dirigiamo verso il primo obiettivo della giornata: Nahargarh, detto anche il Tempio della Tigre. Non so perché sia chiamato così onestamente, visto che di animali lì ce n'erano molti, ma di tigri neppure l'ombra. Ma abbiamo incontrato tranquilli pavoni a passeggio, quiete vacche-madri affatto interessate a quello che accadeva loro intorno, timidi asinelli bianchi che si nascondevano dietro agli alberi, nervose caprette nere, marroni, a chiazze. E molte scimmie in gruppo, che ci osservavano da lontano circospette, alcune di loro portando aggrappati sotto la pancia i piccoli. Tutto questo intorno ad un edificio davvero bello, ma tristemente trascurato nei suoi dettagli, come anche ieri abbiamo osservato. L'interno, labirintico e spoglio, conduce a spiazzi al livello superiore dove sono distribuite delle piccole finestre attraverso le quali si può ammirare una vista incredibile della città. La prospettiva sembra quasi impossibile, poiché al di sotto in realtà c'è lo strapiombo dell'altura ed poi è già pieno di costruzioni. Dunque la città inizia proprio lì, distesa, e sembra di ammirare un'infinità attraverso un'apertura così stretta. 
Lasciando Nahargarh, siamo andati a vedere il Jal Mahal, detto anche Water Palace. Spenderò giusto qualche parola polemica su questo palazzo, bello ma senza alcuna rilevanza. In questa città, nel mezzo di un lago, qualcuno ha costruito con pali chissà quanto lunghi un'edificio dall'aspetto splendido, inoltre ben curato. Tuttavia l'attrattiva che esso costituisce è fare delle foto dalla riva senza potervisi in alcun modo avvicinare. Al massimo si può restare lì intorno un po' più di tempo a contrattare con omini per statuette, a detta loro, di marmo, o a guardare i cammelli lì in sosta, a disposizione per essere cavalcati.
Dopo un pranzo sullo stesso tono poco entusiasta, ci dirigiamo all'imponente, famosissimo ed incredibile Amber Fort, anch'esso su di una considerevole altura. Il programma era di salire, come previsto, sull'elefante e raggiungere la cima, per provare l'esperienza. Ovviamente, come non detto: non è accaduto. Ma ecco cos'è accaduto.
Raggiunto il forte, ci dicono che oggi non sono disponibili elefanti nel pomeriggio per raggiungere la cima, dunque dobbiamo salire a piedi o in macchina o con una geep. Per quanto riguarda gli elefanti, ci dicono che sono disponibili alcuni per fare un giro nel paese ai piedi della fortezza, giusto per provare l'esperienza insomma. Così, mentre saliamo a piedi, ci diciamo che in fondo è un'occasione da cogliere, visto che siamo qui. Perciò decidiamo di raggiungere questi elefanti al termine della visita all'Amber. 
Questo luogo è indescrivibile, permette di avere una vista meravigliosa tutto intorno, osservando le piccole ed infinite scalette che montavano sulle dolci montagne circostanti, lasciando di tanto in tanto sfrecciare dei torrioni per segnare i punti più alti. I passaggi tortuosi che conducevano a nuovi punti di visuale sulla vallata, sulle montagne e sull'abitato continuavano a stupirci, nonostante la parziale incuria in cui si trovano. Molti livelli si sovrapponevano, così era un susseguirsi di scale che salivano e scendevano, fino a raggiungere anche la corte interna, protetta e nel cui cuore si trova un curatissimo e rigogliosissimo giardino con siepi perfette. Percorrendo la discesa per l'uscita, ho potuto vedere quello che mi ero persa salendo, avendolo alle spalle: quella natura che si incontra con la confusione di case spontanee e l'imponenza di edifici come quello, che rende il paesaggio unico nel suo genere, in cui ogni strato è visibile e riconoscibile nella sua identità.
A questo punto diciamo a Ganesh di portarci dagli elefanti, perché questa benedetta esperienza tocca pur farla. Attraversiamo il paese ai piedi dell'Amber, osservando strade molto dissestate e sul ciglio scene come una famiglia, intenta nelle azioni quotidiane: la madre che pettina una delle bambine, mentre l'altra è stesa sulla rete senza materasso di fronte alla tenda, tutto ciò sotto lo sguardo distratto del padre seduto su di uno sgabello. Il tutto tra mucchi di fango, ognuno di loro rigorosamente senza scarpe. 
Pochi metri più avanti scendiamo ed entriamo nel fatidico luogo, ma ciò è quel che vi abbiamo trovato. Una sorta di stalla in cemento armato, piena di mosche, capre ed escrementi, con sei elefanti in fila. Ognuno si trovava separato dall'altro, con il soffitto che terminava circa un metro sopra la loro testa. Erano tutti legati. Siamo arrivati di fronte a loro ed entrambi, sia io che il mio compagno, abbiamo avuto l'istinto di fermarci. Che si fa? Cos'è questo posto? Abbiamo capito in quell'istante che l'esperienza non si poteva fare, che questa scena era tristemente sufficiente, così siamo andati via.
Come spiegare questo? Sento di aver preso in un certo senso l'abitudine a vedere le cosiddette madri passeggiare per strada, bloccando il traffico. O le capre grattarsi con le proprie corna in mezzo alle persone. Pavoni e scimmie che non si lasciano avvicinare. Trovare animali così maestosi ed imponenti in questa condizione sembra davvero un controsenso.
Abbandonata l'idea, il caro Ganesh ci propone un paio di attività per ammazzare il tempo, prima di tornare in albergo. Noi accettiamo di andare a dare un'occhiata, seppur ignari nei confronti dei suoi intenti, perché non si capisce quasi niente quando parla. Ci troviamo così a visitare una stamperia tessile, una vera e propria fabbrica in cui realizzano le stoffe decorate che si vedono dappertutto. Affascinante: pareti e pareti di stoffe di mille colori, nonché offerte di realizzarci vestiti, camicie e quant'altro su misura. 
Infine l'ultima attività propostaci è stata la lettura della mano. Ho pensato, perché no, non l'ho mai fatto in vita mia. Così veniamo condotti, guarda un po', in un negozio di gioielleria. Devo aspettare un po', perché l'uomo che legge le mani è occupato. Si libera e vengo fatta salire nella stanza, illuminata al neon, con questo indiano di mezza età che scrive al cellulare. Sono un po' perplessa, ma vediamo che succede. Mi siedo e comincia a chiedermi il nome, la data di nascita ed altro. E mi osserva le mani. Mi chiede se è vero che la mia salute quest'anno non va molto bene, ma io gli dico che onestamente quest'anno è stata migliore di quelli passati. Poi mi dice che il mio prossimo anno sarà meraviglioso, pieno di soddisfazioni, in carriera, in amore, in tutto. Che bello, dico io, menomale. Poi mi guarda e mi chiede se porto sempre questo tipo di orecchini piccoli. Io dico di sì e lui mi comincia a parlare del rubino, della sua qualità solare, la quale mi appartiene profondamente. Il color rubino è il mio favorito, mentre il quattro è il mio numero. Mi ripete che il mio prossimo anno sarà stupendo, io ringrazio e mi avvio al piano di sotto, dove si trova la gioielleria. Lì i dipendenti mi chiedono d'assalto se volevo acquistare qualcosa, mentre prima mi avevano quasi ignorata, e vedo che sono pronti già dei piccoli rubini sul tavolo. Così ho tirato dritto ed ho infilato la porta buttando lì un goodbye. Già avevo intuito, ma vedere quelle pietre già predisposte ad essere vendute, sapendo già quindi i dipendenti quali dovessero mostrarmi, mi ha deluso abbastanza. 
Questo lettore di mano, mentre mi parlava del mio brillante futuro, mi ripeteva quanto fosse importante nella tradizione indiana questo tipo di profezie, quanto fosse qualcosa legato all'astrologia, che va avanti da secoli. Adesso penso, peccato, mi sarebbe piaciuto incontrare questa magica tradizione.
Sarà per un'altra volta.

giovedì 16 agosto 2012

Giorno 6.

Come previsto, questa Jaipur ci ha stremato. Non c'è dubbio che questo posto con Delhi non abbia assolutamente nulla a che fare, perché finalmente possiamo immaginare di girare la città a piedi. Però questo ha i suoi pro e i suoi contro: i piedi, dopo la camminata di oggi, facevano male sul serio. In fondo abbiamo camminato solo sette ore, senza quasi una sosta, in preda all'impellente necessità di vedere una dopo l'altra le beltà che questa città aveva da riservarci.
Ebbene sì, c'era una punta di ironia in queste ultime parole, ma il confronto tra la capitale e Jaipur è stato spontaneo ed inaspettato. Mi aspettavo in un certo senso di trovare un luogo più organizzato, strutturato, calmo e pulito, ma sulle ultime due caratteristiche non potevo sbagliarmi di più. Abbiamo fatto il giro del centro della città, la cosiddetta Pink City, i cui edifici sono tutti su tonalità di rosa, mattone, beige e rossiccio, attraversando molti bazar sotto i portici, che si snodano per tutte le vie principali permettendo a chi passeggia di ripararsi, dal sole o dalla pioggia. Ma non ci si ripara dal caos più totale di voci, a volte urla e schiamazzi, di colori sgargianti di polveri per dipingersi il viso e abiti ricchi di dettagli, venduti da omini che chiamano "madame, please, look" al passaggio di ogni donna, specie occidentale. Ma soprattutto di odori, che ho percepito estremamente forti, come mai prima d'ora: i profumi di spezie si diffondevano in ogni dove, ma ancor più i fetori dati da muffe verdi non ben identificate, che ogni tanto si incontrano, e dai sacri escrementi della "madre". Perché in questa città le madri, ossia le vacche, sono davvero ovunque, passeggiano accanto alle persone, ma soprattutto cagano dappertutto. E sono regalini dalla consistenza importante, che non passano inosservati davvero. Inspiegabile è stato anche osservare la quantità di spazzatura e di mosche in quelle vie centrali, che avevamo supposto poter essere più curate, per aumentarne l'attrattiva, mentre qui sembra avvenire il contrario. Più si esce dal centro città, maggiore è la pulizia delle strade.
Eppure questa città ha delle vere bellezze da regalare, primo fra tutti l'Hawan Mahal, il cosiddetto Palazzo del vento. Un edificio su cinque piani, ognuno dei quali facile da raggiungere con delle rampe e man mano permette di avere una vista sempre più bella della città, alla quale si aggiungono i meravigliosi decori rosa dei piani sottostanti, con passerelle, piccole cupole e guglie. Dalla cima abbiamo goduto di una vista davvero incredibile di tutto ciò, senza considerare il vento dolce che soffiava in quel punto: tutto il palazzo è pensato per garantire un continuo flusso di vento, che dona un certo sollievo nell'estate calda. Molto interessanti anche il City Palace, dove risiedeva il maharaja, che non si faceva mancare ricchissimi abiti e dettagli del palazzo decorati con fantasie ispirate al pavone, e il Jantar Mantar. Quest'ultimo è un bizzarro parco astronomico, in cui vi sono delle costruzioni che corrispondono a strumenti per misurare il cielo e i corpi celesti, l'azimuth e lo zenith. Affascinanti e lo sarebbero stati ancora di più se sottoposti ad una maggiore cura degli intonaci, in generale dei dettagli che molto hanno da regalare. 
La sensazione che ho provato nel visitare questa città è stata quella di fare un viaggio non solo attraverso lo spazio, bensì anche nel tempo. Osservare gli uomini che lavoravano il marmo, molti che cucinavano e mangiavano per la strada, la maggior parte delle persone che, sedute, si toccano i piedi in continuazione, perché passano la gran parte del tempo scalze nonostante i regalini delle madri. Alcuni individui con dei disegni sul viso, come a rivelare una propria storia interiore, un percorso diverso da quello di tutti gli altri. Donne anziane sedute a terra intente a mettere in ordine la verdura che stanno vendendo, posata su di un pezzo di stoffa sopra al pavimento, mentre piccoli bambini trasportano sulle proprie teste o spalle grandi buste piene di semi o chissà cos'altro. Qui la vita è così differente da ciò a cui sono abituata. E questo continua a stupirmi ogni giorno che passo in questo paese.
Tutto ciò si è sviluppato nelle sette ore di cui parlavo, senza consumare un pranzo. Alla fine, distrutti, abbiamo deciso di seguire il consiglio della nostra guida e di cercare di rilassarci un po', dunque ci siamo rivolti all'ayurveda. Eccezionale. Ma andiamo con calma.
Io vengo accolta da una massaggiatrice, mentre il mio compagno da un massaggiatore. Qui è così che funziona, non si può pensare diversamente di mischiare le carte. Questa donna giovane, di circa trent'anni, mi sorrideva e gentilmente mi dava le poche indicazioni di cui avevo bisogno, mentre si dedicava al suo lavoro. In alcuni momenti ero stupita dalla sua energia, in altri il solletico che provavo mi faceva quasi ridere, in altri ancora ho provato un senso di rilassatezza davvero incredibile. Mi sono sentita riconoscente nei suoi confronti mentre si prendeva cura di me e pensavo a quanto particolare ed importante sia la scelta di svolgere questo tipo di mestiere, dando sollievo alle persone.
Dopo un lungo massaggio mi ha anche lavata con gentilezza per rimuovere l'olio ayurvedico e in quel momento ho pensato che nessuno mi ha mai lavato, a parte i miei genitori quand'ero piccola ovviamente. 
E' stato rigenerante, rilassante e profumato. Credo di voler ripetere l'esperienza prima di lasciare questo paese, ne vale davvero la pena.

mercoledì 15 agosto 2012

Giorno 5.

In diretta da Jaipur, da un hotel dall'architettura e dai dettagli meravigliosi. 
Oggi non ho molto da dire, si è trattato di una giornata dedicata allo spostamento da Delhi a qui, con tutte quelle questioni pratiche come fare le valigie, lasciare l'albergo, andare in aeroporto con qualcosa come quattro ore d'anticipo per non avere sorprese e passare lì una ricca mezza giornata. In fondo è stato rilassante, dopo questi ultimi quattro giorni di immersione nell'India cittadina. 
Oggi, India Indipendence Day, Delhi sembrava quasi deserta e all'aeroporto è sembrato di riavvicinare l'occidente da noi conosciuto. Eppure i controlli erano sopra la media, senza la possibilità di uscire dall'aeroporto una volta entrativi, con check in attenti, metal detector con perquisizioni e molti timbri, apposti sulla carta d'imbarco e sulla targhetta dei bagagli a mano. Infine eccoci lì, stesi su delle chaise-longue a disposizione dei viaggiatori, dopo aver mangiato qualcosa, a riposarci. D'altra parte i prossimi due giorni sono programmati e pieni, e prevedranno cose eccezionali su cui non farò anticipazioni. E' per lasciare un po' di mistero.Va bene, una cosa ve la dico: cavalcheremo l'elefante per raggiungere il Red Fort, probabilmente dopodomani e non vediamo l'ora. Dico, quante volte capita nella vita di salire su un elefante?
Il viaggio in aereo è stato brevissimo, ma due cose mi hanno molto colpito. Il cielo in fase di crociera, sopra uno strato denso di nuvole umide e soffici, che sembra formare una morbidissima distesa di fiocchi di cotone a perdita d'occhio. E lo steward che, ad atterraggio avvenuto, sequestra il cellulare ad un poco furbo indiano intento a fare con esso fotografie all'interno dell'aeroporto. Certe cose non si fanno da queste parti.
Questa giornata ha avuto la speciale conclusione di una cena sulla terrazza dell'albergo, il quale è tutto in perfetto stile indiano, pieno di colori e decori. Solo noi sulla terrazza, al riparo dalla pioggerellina delicata sotto una sorta di gazebo, con un venticello fresco che mi ha costretta a mettere uno scialle. Cibo speziato e delizioso, in uno scenario da sogno. Non posso chiedere di più.

martedì 14 agosto 2012

Giorno 4.

Il primo pensiero stamattina, per essere onesta, è stato quello di non voler uscire da questa stanza d'albergo. Mi rendo conto che fosse terribilmente stupido, ma avevo un forte senso di repulsione nel gettarmi ancora una volta in questa realtà. Sciocco, perché in fondo non mi ha costretto nessuno a venire fino a qui, sono stata io a deciderlo e a fare in modo che accadesse. Sarà stato per la notte un po' agitata in cui non sono riuscita a dormire bene, sarà perché comincio già ad essere provata. Tuttavia, dopo un piccolo sfogo e spinta dal mio compagno, mi sono fatta forza e preparata per affrontare una nuova giornata, all'insegna della scoperta della metropolitana di Delhi.
Prima segnalazione: siamo diventati bravi a non farci molestare da tutte le mille persone che chiedono di trasportarci, di aiutarci, di indicarci la strada. Si tira dritto, perché questa è la convenzione sociale che vige qui. Gli indiani sono molestati allo stesso modo dopotutto, ma reagiscono così, dunque ora abbiamo imparato a farlo anche noi. Basta distogliere lo sguardo, fare un cenno con la testa o dire un semplice no, e continuare a camminare, perché la verità è che chi si ferma è perduto. Abbiamo anche imparato che, per capire dove andare guardando le cartine, bisogna anticiparsi il lavoro finché ci si trova in posti chiusi come ristoranti, metro o quant'altro. Poi, come esperti, si va verso l'obiettivo, anche se non sempre si coglie in pieno. Stamattina infatti ci siamo persi un'altra volta per le vie di Karol Bagh, come ieri sera, ma stavolta di giorno e in un'altra parte del quartiere. Le cose sono due: o la cartina di Google non è fatta bene o ho perso il senso dell'orientamento in quella mezzora. Ci siamo ritrovati da tutt'altra parte, nella superflua ricerca di un bar per bere un caffè. Ma nel percorso abbiamo visto molti ragazzini uscire dalle scuole con il simbolo della bandiera indiana sul petto, dato che domani è l'India Indipendence Day. E molte abitazioni, girando per una parte del quartiere quasi del tutto residenziale, notando che qui in fondo le case non sono poi così terribili. Non si tratta di alta qualità architettonica ovviamente, ma non sono neppure baracche. Peccato che l'olezzo, l'immondizia in mezzo alla strada e le mosche non mancassero neppure qui.
Usciti da questo labirinto di stradine e raggiunta finalmente la metro, abbiamo scoperto un nuovo mondo, che ci è risultato familiare e gradevole davvero: la metro è davvero ben tenuta, i treni sono nuovi e con aria condizionata e non c'è nemmeno l'ombra di un cane o di una scimmia. Stiamo scoprendo come in certi frangenti questa città sia davvero al passo con le altre grandi capitali del mondo, mettendo a segno molte più linee metropolitane della cara e vecchia Roma. Senza accorgercene e con serenità raggiungiamo quindi una delle due mete che abbiamo deciso di avvicinare oggi nel tentativo di completare il giro di templi delle religioni più diffuse in questo paese e che ci incuriosiscono.
Il primo è stato il tempio sikh Gurudwara Bangla Sahib, presso il quale siamo andati attratti da quello che abbiamo scoperto su questa religione. Vegani, i primi a introdurre la parità tra uomini a donne, le quali non devono essere bruciate sulla pira con i mariti morti, condividono il proprio patrimonio con i fratelli sikh, lavorando sempre al fine del benessere generale. Una particolarità è che gli uomini devono avere il capo coperto nei luoghi di culto, ma non solo: essi devono portare il turbante sempre, ogni giorno della propria vita, ed è loro impedito di rasarsi qualsiasi parte del corpo. Sono quelli con le barbe lunghe e i turbanti insomma, che portano in giro i ragazzini con copricapi con una specie di palla in testa. Sono affascinanti, come lo era anche il loro tempio, in cui ogni venti minuti si da il cambio un guru diverso, che parla loro come in un'omelia e cantano insieme. In questo luogo ho avuto la sensazione di trovarmi in casa di qualcuno, come se ogni persona fosse lì per un motivo che effettivamente aveva a che fare con questa religione e le diverse fedi guru. Ma potrei sbagliarmi.
Dopo ciò, abbiamo dato una secondo chance all'area probabilmente più famosa di Delhi, Connaught Place, che avevamo visitato il primo giorno e ci aveva un po' scioccato. Adesso che abbiamo capito meglio come funzionano certe cose qui, non mi è sembrato un luogo così ameno, seppure un po' lo resta comunque nella sua sporcizia totale, che raggiunge soglie di fetore davvero nauseanti. Abbiamo attraversato l'area più o meno verde che si trova al centro di Connaught Place, dove era allestito anche un mercato: gruppi di persone stese sul prato a rilassarsi in serenità si alternavano ad altri gruppi di lavoratori che si rintanavano in angusti spazi pavimentati in cemento per stendersi e riposarsi del lavoro svolto fino a quel momento, nella confusione e nel tran tran generale del vendere di tutto. 
Ancora la cara metropolitana e raggiungiamo uno dei luoghi che, ora posso azzardarmi a dirlo, ho trovato più incredibili di tutta Delhi: il tempio induista Swaminarayan Akshardham. Un luogo da togliere il fiato. Ma cominciamo dal principio.
Da lontano si vede questo grande gruppo di cupole e si capisce che ci aspetta qualcosa di grosso laggiù, ma in un certo senso bisogna guadagnarselo. Prima percorrere un'abbastanza lunga strada a piedi insieme agli indiani hindu che si dirigono al tempio, ma che camminano terribilmente piano. Passare per un check delle borse che non contegnano elementi pericolosi. Poi compilare un modulo con i propri dati da consegnare ad un omino. Lasciare all'omino tutti, ma proprio tutti, i propri averi, tranne soldi e passaporto: cellulari, macchine fotografiche, borse, tablet, tutto. Anche i libri non sono permessi, però l'acqua sì. Seguire un percorso che divide a quel punto in uomini e donne e li mette in fila: mi rendo conto a questo punto, guardandomi attorno, che queste donne indiane sono proprio basse, circa di una testa rispetto a me, e guardando dritto sopra di loro posso vedere tutto quello che c'è dopo. Passare un metal detector, un'ispezione ed infine si è fuori. Il mio compagno in questo ci ha rimesso un accendino, perché ovviamente anche quelli non sono permessi.
Ed eccoci qui, improvvisamente davanti a noi prende forma un luogo eccezionale, difficile da descrivere. Meraviglioso. Fontane, archi, strutture di passaggio come statue merlettate e abbronzate sotto il sole. Edifici che sono templi e lo sembrano senza dubbio, nella loro maestosità, bellezza, imponenza e grazia. I decori sono incredibili, infiniti, piccolissimi, riproducendo in continuazione moltissime delle storie di questa religione, così ricca di divinità e murti, che sono come incarnazioni o rappresentazioni del Dio sulla Terra.
Qui ci sono prati perfetti, siepi curatissime e dal verde vivido, specchi d'acqua che affiorano fino al livello della pavimentazione su cui si cammina, come in una soluzione di armoniosa continuità. Porticati circondano in tempio al centro, con un color creta più scuro, lasciando all'elemento più importante l'attenzione. Camminare a piedi nudi in questo luogo ha davvero un senso, quasi al punto da rabbrividire per quel contatto così liscio, su superfici liquide come quelle. All'interno del tempio il murti dorato a cui è dedicato il tutto rispende tronfio, mentre i devoti gli rivolgono preghiere.  
Nonostante la presenza di bar interni, che comunque rendono il luogo vivibile per un tempo abbastanza lungo, e i riti di buon auspicio a pagamento, che consistono nel versare dell'acqua sulla testa del murti, questo luogo mi ha davvero rapita. Ed essere privati di ogni elemento che appensantisce la visita o la rende funzione di immagini catturate in fotografie è una bella sensazione, dopotutto. Si ha la consapevolezza che quel momento, quel paesaggio, quella meraviglia può essere custodita solo dentro di sé, dunque importante anche la leggerezza per poterla accogliere appieno.
Ispirati da ciò, ci avviciniamo a lasciare questa città per passare alla seconda domani, ossia Jaipur.
Ma prima di andarcene abbiamo sperimentato una cena vegetariana davvero particolare, qui a Karol Bagh: cibo no limits, servito da una decina di camerieri che si dividono una sala di circa trenta clienti, passando in continuazione per mettere cibo nel piatto, yogurth nel bicchiere, o domandare solo se va tutto bene. Una gentilezza davvero gradevole, una dedizione nel rendere felici ed appagati i clienti che amo osservare, verso di noi in particolare perché stranieri, ma verso tutti in generale.
E' così che voglio salutare questa città per il momento, prima di rivederla tra una decina di giorni.



lunedì 13 agosto 2012

Giorno 3.

Non posso crederci, questa giornata infine è giunta al termine. Mi sembra di avere il fiatone, dopo tutto questo, soprattutto per gli stimoli stressanti di questa esperienza che evolve sempre in modo più significativo.
La mattina è cominciata con un'inaspettata colazione in camera, che sarebbe stata gradita se non fosse che dovevamo partire per Chandigarh. Si tratta di una città a nord di Delhi, per raggiungere la quale abbiamo impiegato ben quattro ore, otto in totale se consideriamo anche il ritorno. Non è stato uno scherzo, bisogna dirlo, ma questo ci ha fornito l'occasione di percorrere delle strade ad alta velocità indiane, che potremmo definire all'incirca autostrade, e scoprire cosa avviene fuori dalla grande metropoli.
Lungo la strada abbiamo incontrato di tutto: persone in piedi ad urinare sul ciglio delle strade, con la macchina in sosta sull'ultima corsia, che non è segnalata perché le strade raramente sono divise in corsie. A fianco alle auto ed ai pullman, qualche trattore lentamente avanzava, mentre i camion tentavano il sorpasso continuo, come chiunque dopotutto. Questa è la regola della strada qui: non esistono regole, basta suonare e passare, a destra o a sinistra. Come si capisce chi ha il diritto di passare più dell'altro? Sostanzialmente vince chi suona di più, più forte e più a lungo. Poi all'improvviso si vedono individui intrepidi che attraversano l'autostrada, da un senso di marcia all'altro, alcune volte in corsa ed altre normalmente senza neppure prestare attenzione. Non possiamo poi dimenticarci dell'importanza delle religioni, di tutti quei culti che in questo paese si praticano, dall'induismo, al buddismo, al sikhismo, all'islam. Perciò immancabili sono risultati i templi e vari luoghi sacri lungo l'autostrada, dalla quale l'accesso è diretto, lì a disposizione per i passanti che possono fermarsi ed andare a pregare.
E poi ancora piccoli chioschi dietro ai quali si vedono le tende in cui vivono i proprietari, barbieri da strada sul ciglio in piena attività che radono uomini seduti su sedie comode di fronte a degli specchi appesi, furgoni che corrono portando sul retro scoperto tre o quattro persone, centinaia di cumuli di paglia ordinati a forma di capanna per garantire il cibo alle mucche. A proposito di mucche, esse qui sono sacre e ho scoperto perché. Il nostro amico indiano ci ha rivelato che, visto che la vacca fa il latte e che il latte è buono e nutriente, quasi sacro, per questa ragione la vacca è come la mamma, per cui non la si può uccidere né farle del male.
Scopriamo anche che il diesel qui costa circa quaranta rupie al litro: circa trenta centesimi in euro, solamente il doppio dell'acqua. Il vino è più caro del diesel.
Dunque giungiamo in questa famosa città, almeno in termini architettonici ed urbanistici. Chandigarh è nata dalle mani del grande Le Corbusier, i cui lampi di genio non ho sempre condiviso ma comunque ammirato per l'originalità. Ebbene qui, in India, questa città risulta anomala, strana, seppur non fuori posto, con i suoi grandi ed ampi viali alberati, i parchi dalle precise tematiche e caratteristiche ed il lago artificiale, il quale era quasi del tutto a secco. Vi abbiamo trovato negozi, ristoranti, molte persone in giro. Ed anche un temporale incredibile.
Presi e sorpresi da questo inconveniente, in una città in cui i luoghi da visitare sono all'aperto, abbiamo deciso di prendere di petto la situazione: infilati i k-way, ci siamo buttati nel Rock Garden di Nek Chand, un artista che ha raccolto i cocci avanzati dalla costruzione della città ad opera di Le Corbusier. Chand, con gli avanzi del grande architetto, ha realizzato un parco davvero notevole, a tratti meraviglioso. Ha messo insieme scarti di piastrelle, tazze del water, prese della corrente, per creare percorsi labirintici, che improvvisamente si aprono su cascate d'acqua e passerelle sospese. Quando la pioggia ha smesso di cadere la situazione era la stessa di quando abbiamo lasciato il giardino: eravamo completamente bagnati da capo a piedi. Impossibile asciugarsi con l'aria umida di questo paese, così abbiamo deciso di continuare un altro po' nel verde. Il Rose Garden mi ha colpito, con la sua cura e la ricchezza delle centinaia di tipi di rose diversi. Sembra di essere improvvisamente tornati all'ordine che ha creato questa città, controversa ma molto interessante: gli indiani sembrano non ritrovarsi in questa scacchiera. Credo che questa maglia ortogonale risulti loro senza anima, rendendo le strade un po' tutte uguali a se stesse. In fondo, abituati a vivere tra i vicoletti di edifici autocostruiti, attaccati l'uno all'altro, innalzati alla buona con i materiali che avevano a disposizione, sembra normale chiedersi dove sia il senso di edifici tutti simili lungo strade altrettanto simili. Ma penso che in occidente a questo ormai non facciamo più caso da molto tempo, abituati come siamo alla nuova pianificazione delle città, che cavalca questo stile modernista di Chandigarh. Se non altro lei è stata una delle prime in oriente.
Qualcosa d'altro a cui non siamo abituati, ma che qui risulta l'anima della vita quotidiana, è la strada. Si può vedere le persone, giovani, adulti e anziani, fare qualsiasi cosa nei pressi delle strade: i propri bisogni, cucinare, mangiare, dormire stesi a terra accanto alle care vacche e, perché no, radersi. La vita si svolge per la strada, serenamente e senza troppe domande. Non sembra poi così strano vedere attraversare l'autostrada scalzi con le ciabatte in mano, a questo punto.
Eccoci di ritorno, momento di cui posso approfittare per godere di questo elemento fondamentale quale la strada di notte. Nel nulla i bar per camionisti vuoti seppur illuminati, come ad attendere, perché qualcuno arriverà a cercare conforto prima o poi. Centinaia di camion che sfrecciano e suonano clacson molto musicali, furgoni adesso pieni di adulti o ragazzini che si guardano intorno affaticati. Si intravedono delle case aperte, senza porte né muri verso la strada, come se fossero scoperchiate mostrando letti e tavoli con sedie. Distese oscure nel mezzo.
Infine la ricerca dell'albergo tra i vicoli di Karol Bagh di notte, in cui i negozi sono chiusi, i lampioni spenti, solo alcuni uomini si aggirano e le strade sembrano tutte uguali. Ma ce l'abbiamo fatta, anche oggi abbiamo trovato la strada di casa.

domenica 12 agosto 2012

Giorno 2.

Gambe in spalla, inizia un nuovo giorno per noi in questa folle e disarmante città. Delhi si sveglia presto, prima di noi sicuramente, tanto che quando vi ci tuffiamo è già in pieno movimento. Viene quasi da chiedersi se durante la notte i clacson hanno smesso di suonare all'impazzata ed i cani ad abbaiare ingenuamente alle mosche.
Il primo moto che avverto è quello di abbracciare tutta questa realtà, più di ieri. Lasciare indietro la diffidenza ed il disagio, per gettarsi a capofitto nell'occasione di una vita che è questa esperienza. Dunque decidiamo di fare un affondo, tra templi e moschee, alla ricerca di quella misticità che in questa città deve pur esserci.
La prima, in Old Delhi, è la famosa ed imponente moschea Jama Masjid, la più grande di tutta l'India, dalla quale non possiamo non aspettarci di essere brutalmente sorpresi. Così a piedi scalzi in questo grandissimo luogo di culto, sotto il sole rovente, avvolta in una sorta di tunica di uno sgargiante arancione messomi addosso da un anziano all'ingresso, mi guardo intorno. Camminando nel porticato che circonda la corte interna vediamo molti fedeli, i più stesi a dormire, a volte circondati da mosche, con la testa nella stessa direzione. Solo alcuni erano in  piena preghiera, raccolti in se stessi a bisbigliare parole ormai conosciute a memoria o leggendole da grossi libri posati sulle proprie gambe. Ma non riesco a concentrarmi sul fascino che questo suscita in me, perché sento troppi sguardi puntati e questo mi mette in soggezione. Sarà per il colore molto visibile della tunica, sarà per la mia pelle più chiara, il viso dai tratti differenti, i capelli raccolti alla buona, gli occhiali da sole. Sarà per tutte queste ragioni, ma fa una certa impressione essere notati al punto di suscitare la voglia di essere fotografati. Chissà quanto devo essere apparsa loro buffa, io e  tutti i turisti che si trovavano lì dentro, penso in questo momento.
La pietra rossa della moschea era bollente, un odore acre di sudore e sporco si diffondeva ed i gradini per salire al minareto sembravano infiniti: sembrava di non arrivare mai all'interno di questa microscopica spirale, in cui il passaggio era stretto e a volte da condividere con un altro che, mentre salivo, scendeva. Sali, sali, sali... ma quando finisce questa dannata scala angusta, ci chiedevamo in un bagno di sudore. Ecco infine la luce di quel labirinto verticale e, sorpresa, una ventina di persone ammassate in tre metri quadrati a guardarsi intorno. Mi faccio spazio per osservare qualcosa anche io, ma stretta tra tutte le altre persone, di cui quasi tutti uomini, come spesso accade qui. Tra le teste riesco a vedere una distesa di edifici, non riesco a distinguere bene. Ma in fondo, dopo una una fatica come quella, ogni panorama ha l'obbligo morale di essere meraviglioso per valere quello sforzo. Eppure qualcosa non va, lo sento. Intendo in me, nel modo in cui non riesco a lasciarmi andare, in cui continuo a preoccuparmi di tutta questa attenzione, senza riuscire ad essere ad essa indifferente.
Penso che avessi bisogno di una scossa, di un contatto diretto con questa difficoltà, ed è proprio ciò che è avvenuto nei pressi dell'India Gate, uno dei luoghi più turistici di Delhi. Il taxi parcheggia e fuori dallo sportello si avvicinano una donna ed una bambina con dei braccialetti su un vassoio. Noto come la donna dice qualcosa alla bambina imponendosi sola davanti al mio finestrino, mentre con la coda dell'occhio vedo che un gruppo di tre o quattro bambini si ammassa fuori dallo sportello del mio compagno. Lui viene circondato da essi una volta uscito, io vengo afferrata dalla donna. Lei ha la testa coperta da un velo, è giovane, non ha più di trent'anni. Mi prende la mano, ma senza alcuna gentilezza, stringendola forte con entrambe le sue mani. Penso che è molto più forte di me, io tiro il braccio ma non riesco a liberarlo. Nemmeno riesco a capire quale sia la sua intenzione che già comincia  a svolgere il compito che aveva deciso di dedicarmi, senza che io potessi dare la mia approvazione. Comincia a scrivere sul dorso della mia mano con un liquido denso che esce da una plastica arrotolata e capisco infine cosa ha deciso per me: mi sta facendo un tatuaggio, di quelli naturali che in molte culture, tra cui anche quella indiana, vengono fatti per le donne in procinto di sposarsi, a ridosso della festa di matrimonio. Intanto io continuo a tirare il braccio, per il mio disappunto, ma così il disegno comincia ad essere molto confuso. Solo quando capisco che ormai è tardi, che ha cominciato e non smetterà finché non ha finito, che smetto di contrastare la sua presa e noto come il disegno comincia ad essere più bello, con i riccioli ed i fiori. Ero indispettita, l'ho percepita come una violenza, che mi ha confuso ancora di più. Molte persone erano come quella donna e quei bambini in quella zona, comportandosi in modo appiccicaticcio non solo con i turisti occidentali, bensì anche con gli indiani visibilmente benestanti, i quali erano una schiacciante maggioranza rispetto a noi. Lì ho compreso in un certo senso l'indifferenza, il bisogno di provarla, per loro e per noi, perché è ciò che ci si aspetta da queste interazioni sociali il più delle volte.
Ero contrariata, al punto che, nell'avvicinarsi al Lodi Garden, sentivo tornare quel disagio da cui volevo distaccarmi. Non avevo alcuna aspettativa da questo parco, ma devo ammettere che mi ha sorpresa meravigliosamente. Dopo la prima decina di metri, ci siamo immersi in uno stupendo giardino, tra gli alberi a volte fitti a volte più radi, tra i quali correvano numerosi gruppi di oche giganti, starnazzanti come i clacson delle vetture nelle strade, ma con un suono dall'effetto più armonioso. Tantissimi piccoli scoiattoli dalla coda non molto vaporosa correvano ovunque, tra la natura che improvvisamente scopriva edifici meravigliosi in cui sono conservate le spoglie di grandi sovrani del passato. Coppiette di giovani si potevano scorgere negli anfratti delle piante o nelle nicchie di queste grandi costruzioni decadenti, dalla pietra grezza e silenziosa. Amici in gruppo intenti a farsi foto con questi meravigliosi sfondi ed infine una panchina all'ombra di un'albero, accanto all'ingresso di una di queste tombe. Finalmente la pace, ecco dove si trova. Qui infine ho trovato quello che cercavo e cominciato a capire alcune cose, o perlomeno a formulare delle opinioni. Lo yin e lo yang, l'ordine ed il caos, sono entrambi essenziali. Non si può apprezzare l'uno senza aver accolto l'altro. E quelle persone devono essere davvero avvolte nel caos, bisogna riconoscerlo. Al tempo stesso è difficile ammettere come l'ideale di una cultura, che ha dato vita alla filosofia d'accoglienza di Gandhi e che tanto la rispetta, sia sostanzialmente un'utopia irrealizzata sotto tanti aspetti. Quel contatto tra la povertà e la ricchezza sottolinea il divario stesso, il povero non può sentirsi che più povero, mentre il ricco più ricco e a me viene spontaneo chiedermi perché. Viene sottolineato un individualismo che non mi aspettavo in questi scambi sociali, in cui ognuno non è una persona, ma il valore che essa ha da un punto di vista gerarchico, economico, di status. Le caste esistono, perché tutti questi individui non smettono di insistere nel tentativo di ottenere qualcosa, pur sapendo che nella grandissima maggioranza delle volte non avranno alcuna soddisfazione da ciò. Vengono cresciuti con questa attitudine fin da bambini, come si vede continuamente per le strade, come a voler sottolineare che così si nasce, si vive e si muore, non si può cambiare. Da una parte c'è chi fatica e che fatica tutta la vita, dall'altra chi mangia e lo fa da sempre. Non riesco a fare a meno di domandarmi io dove mi trovo rispetto a tutto questo.
Si è aperta a noi questa cultura, si fa scoprire ogni momento di più. Lascia scorgere la voglia di giovanissimi indiani di entrare in uno dei complessi più antichi poco fuori Delhi, in cui si trova la prima moschea indiana ed il Qutb Minar, un minareto di arenaria imponente che svetta incredibilmente sul parco circostante. Gruppi folti che sembrano famiglie si aggirano per questi luoghi, mostrando come apprezzano passare in questo modo la domenica pomeriggio insieme.
Per non parlare del mistico, incantevole, fresco silenzio all'interno del Lotus Temple, un luogo impregnato di un senso che nuovamente innalza lo spirito, tentando di dimenticare le distinzioni sociali. Un tempio a-religioso, in cui ogni individuo, di qualsiasi religione, può pregare o meditare accanto all'altro, nella tolleranza reciproca.
Infine la folla a sera inoltrata lungo la via principale di Karol Bagh, lungo cui i negozi restano aperti come a creare quell'ambiente rilassato di svago, per concludere il fine settimana. Non mi sento più gli occhi puntati addosso, comincio ad essere un po' più indifferente e ad apprezzare le cosiddette "regole della casa".
Un ultimo pensiero oggi va al Gulab Jamun, uno dei dolci più buoni che abbia assaggiato, nonché ad alcune pietanze di cui non saprei dire il nome. Come la cultura, questa cucina è molto particolare, può risultare ostica, ma sa rivelare delle incredibili sorprese.

sabato 11 agosto 2012

Giorno 1.

Dopo tanta attesa è arrivato il momento, anche se ciò è avvenuto più di ventiquattrore fa. Le valigie erano finalmente pronte, anche numericamente inferiori al previsto, e il pranzo è stato consumato in fretta e furia per non far aspettare la nostra accompagnatrice. Un'amica, che ci ha portati all'aeroporto per prendere il primo dei due aerei che ci avrebbe condotti in India. Ebbene sì, di questo tratta questo blog, come già si è intuito: un viaggio attraverso il mondo indiano in poco più di due settimane, che porterà me ed il mio compagno di viaggio e di vita a scoprire una realtà completamente diversa da quella a cui sono stata abituata.
Banale forse considerare di poter scrivere un diario di viaggio che possa essere interessante per un qualsiasi lettore della rete, quando già ci sono un'infinità di storie da leggere, da ogni angolo del mondo, su molte vite che hanno qualcosa da raccontare. Ma anche io ho qualcosa da raccontare, oggi e nei prossimi giorni, in particolare su un viaggio che non so come renderà la mia vita al termine di esso.
Prendere un aereo non è una novità per me. E non lo è nemmeno prendere un aereo intercontinentale, con tutte quelle persone, con così poco spazio per stendersi e con l'assoluta consapevolezza che non è possibile dormirvi. Ed il cibo è quello che è, in fondo accettabile, non il migliore della vita sicuramente. Ma comincia ad essere strano il salato a colazione, soprattutto se contiene carne, spezie e salse all'interno di una sorta di piadina arrotolata. Perché no, siamo pronti a tutto, specialmente sul cibo, che sappiamo accogliere in quasi tutte le sue forme e dimensioni. Però su quell'aereo continuavo a ripetermi che stavo per arrivare in India, per atterrare a Delhi, che nella mia vita ho solo visto in televisione e nemmeno così tanto spesso. Stavo per raggiungere un mondo lontano e diverso, mi dicevo, ma cosa significasse questo non lo sapevo, non riuscivo a rendermene conto e proprio per questo mi spaventava.
Atterrare all'aeroporto di Delhi e aggirarsi per i lunghi corridoi con tapis roulant circondati da improbabili moquette beige e marroni dava una sensazione di familiarità: dove sta dopotutto quella differenza che mi aspettavo? Deve di certo ancora arrivare, perché qui in fondo sembra di essere a casa. E questo era proprio vero, perché solo una volta usciti dalla porta dell'aeroporto abbiamo avuto modo di conoscere finalmente uno dei protagonisti di questa storia, ovvero il clima umido ed estremamente caldo, avvolgente fino all'inverosimile. La sensazione è simile a quella di nuotare in un denso liquido morbido e caldo, che soffoca ogni poro e rende difficile respirare, ma in fondo dona una sensazione quasi tollerabile, quasi piacevole. Improvvisamente, all'interno del taxi, ovvero di un trabiccolo che aveva appena finestrini, un guidatore ed un assistente accanto a lui che faceva da freccia umana sporgendo il braccio fuori, un vento asfissiante dato dal movimento della vettura ci schiaffeggiava e scompigliava, ma dava notevole refrigerio mentre ci muovevamo verso la città. Così abbiamo cominciato a conoscere alcuni degli altri personaggi di questa storia, che credo ci accompagneranno sempre in questi giorni. Scimmie divertite che si guardano intorno, cani arzilli o stanchi dai musi dolci e circondati da un miliardo di mosche, vacche accucciate delicatamente ai margini della strada, serene della loro condizione privilegiata in questo paese che le adora. Tuc-tuc che sfrecciano qua e là, in piccole ape car o in risciò condotti da giovani, molti dei quali sono fermi ai margini ombreggiati delle strade accasciati sui sedili dei clienti che hanno portato e continueranno a portare, a discapito della loro fatica. I loro sguardi sono caldi e irriverenti, come quelli di molti ragazzi che si incontrano in giro per le strade. Sono evidentemente avidamente curiosi, con gli occhi comunicano la voglia di avere di più in molti modi, alcuni dei quali possono essere considerati opinabili. Più arduo da descrivere è ciò che riguarda i bambini ed il loro modo di avvicinarsi, soprattutto alle donne turiste secondo quello che è accaduto a noi. Eccolo lì quel ragazzino, sporto all'interno del taxi, cercando di vendermi un ramoscello in cui sono infilati un limoncino e dei peperoncini, continuando ad attirare la mia attenzione toccandomi il braccio, rivolgendomi sguardi insistenti per suscitare la pena che nasce spontanea davanti a ciò. Tutto ciò perché, mentre aspettavamo che il semaforo diventasse verde, io ho incrociato il suo sguardo per caso mentre lui si trovava ad una decina di metri da me. Ha interpretato questo mio gesto come un segnale, una risposta alla sua implicita richiesta, una mia approvazione. Gli sguardi in questo paese sono un modo di comunicare talmente esplicito che resto senza parole.
Arriviamo in albergo, sul quale non ho niente da dire, poiché la cosa peggiore che possa riservarci è comunque del tutto non interessante ai fini di questa storia. Ma qui non posso fare a meno di notare il tipo di trasmissioni televisive che vengono trasmesse, le pubblicità, i canali. Di nuovo, come in aeroporto, sono confusa, perché non capisco quanta e quale sia la differenza allora, dov'è che siamo simili e dove invece culturalmente e socialmente divergiamo, noi e loro. Solo al termine di questa giornata comincio a darmi delle risposte a riguardo.
Il parlamento, la casa presidenziale e le numerose ville di ricchi possidenti e uomini politici si innalzano in quartieri a loro dedicati, mentre baracche spuntano in ogni dove nel resto della città, rendendo definitivamente visibile quel contrasto, quel controsenso sempre presente.
La tomba di Humayun ed il Gandhi Smriti danno a questa città un'altra peculiarità, ossia la sua monumentalità, visibile in un palazzo funerario con giardini che ha dato ispirazione alla costruzione del Taj Mahal ed attraverso un personaggio ricco di storia, amore nazionale e fede al di là della religione. Questa è la sacralità di questo paese, famoso per la sua cultura, per l'Ohm, lo Yoga e l'Ayurveda. Quella calma, la pace ed il misticismo che inconsciamente sono venuta a cercare.
Ma non si può non fare i conti con l'incessante rumore dei clacson, con la guida spericolata dei guidatori di questa città, che in ogni momento sembrano incredibilmente vicini a scontrarsi eppure non lo fanno mai. E allora mi chiedo dove si trovi quella calma, quella pace mistica in tutto questo, confrontandomi di nuovo con un apparente controsenso. Ne verrò a capo entro la fine di questa esperienza, lo devo a me stessa.
Non si può non parlare di tutto ciò senza far riferimento a Connaught Place, un luogo impressionante, sbalorditivo. Mendicanti, automobili e tuc-tuc che sfrecciano, un uomo steso a terra da sembrar morto, come normalmente fanno i cani per il caldo che soffrono, gruppi di persone che per attraversare la strada si buttano tra le macchine senza alcuna regola nel fracasso generale, giovani ragazzi che cercano di attaccare bottone per ottenere non si sa bene cosa, ragazzine in pantaloncini inconsapevoli che crescendo non li metteranno più, perché nessuna ragazza va in giro scoperta più di tanto. Un mercatino di botteghe di elettronica interrato nel centro di Connaught Place avvolto da un odore melenso che ricorda l'urina, marciapiedi in costruzione di fronte ai negozi, in cui ragazze senza volto puliscono i pavimenti e trattate come se non esistessero. Slarghi in cui viene distribuito del cibo a varie persone, evidentemente non abbienti, donne che portano bambini in braccio vestiti solo della maglietta e senza le mutande, gruppi di uomini all'ombra di alberi e camion a prepararsi il tè e una manciata di persone semi vestite che tentano di fumare qualcosa di simila al crack o all'eroina, del nero sulla carta stagnola.
E poi la cena all'Alpha, ristorantino assai carino: uomini e ragazzi grassocci con turbanti neri, donne vestite di sari eleganti e colorati, bambine in vestitini pieni di lustrini, mentre una cantante si esibisce con un gruppo musicale e canta di tanto in tanto Happy Birthday ai festeggiati presenti in sala. Cibo passa e ripassa davanti ai nostri occhi e ci accorgiamo di come queste persone mangino in quantità enorme, portate su portate, e sembra quasi di essere in un ristorante di Napoli.
Questo primo giorno è arrivato alla fine e ha lasciato diverse domande. Vedremo in seguito dove esse porteranno.