Ancora una volta la notte è stata un po' insonne. C'è qualcosa che mi tiene sveglia qui, ma non riesco a spiegarmelo, come un'energia che, quando mi sveglio nel cuore della notte, sembra darmi talmente forza da poter correre su e giù per le scale dell'albergo. Forse, se ricapitasse, dovrei provarci.
Comunque sia la giornata è partita con calma, con l'obiettivo di raggiungere alcune località nella periferia o nei dintorni di Jaipur con una macchina, unico mezzo possibile per muoversi qui su medio-brevi distanze. Quello a cui non ho accennato è che questa città è in parte circondata da colline, alture verdi sormontate da fortezze, muraglie, che ne segnano armonicamente i confini con un colore bruno intenso. In alcuni tratti fa pensare all'immagine classica che si ha della muraglia cinese. Nei dintorni della città, per l'appunto, ci sono diversi luoghi particolari, palazzi arroccati su queste alture, da cui si può vedere la città dall'alto.
Dunque eccoci nella macchina, una claudicante Tata Indica con un solo specchietto. Fortunatamente quello di destra, visto che qui la guida è all'inglese. E in compagnia dell'autista Ganesh (ebbene sì, si chiama come la divinità dalla faccia di elefante) che è stato con noi tutta la giornata, dai modi gentili ma dall'inglese molto poco fluente. Mentre parliamo degli abiti indiani, lui tira fuori, ovviamente mentre guida, il portafogli e da esso due piccole fototessere che sembravano risalire ad una cinquantina d'anni fa. Osservando meglio una delle due, si capisce che si tratta di qualche mese o anno fa in realtà, perché vi è ritratto lui insieme alla moglie. Nell'altra foto c'è solo lei, con questo velo rosa acceso e con un'aria vagamente triste. Pochi minuti dopo, parlando della religione hindu, ci spiega che lui fa parte di una precisa casta, in cui vigono specifiche regole. Per esempio, dice, se ci sono i miei genitori a casa, mia moglie non parla, non rivolge la parola a nessuno. Lei parla soltanto quando siamo noi due. Annuisco senza capire, più che altro come a non voler capire. Sono perplessa, ma d'altra parte ogni cultura ha le proprie prerogative e regole.
Ganesh ci fa attraversare prima la città, mostrandoci alcune delle cose che abbiamo visto ieri. Poi ci dirigiamo verso il primo obiettivo della giornata: Nahargarh, detto anche il Tempio della Tigre. Non so perché sia chiamato così onestamente, visto che di animali lì ce n'erano molti, ma di tigri neppure l'ombra. Ma abbiamo incontrato tranquilli pavoni a passeggio, quiete vacche-madri affatto interessate a quello che accadeva loro intorno, timidi asinelli bianchi che si nascondevano dietro agli alberi, nervose caprette nere, marroni, a chiazze. E molte scimmie in gruppo, che ci osservavano da lontano circospette, alcune di loro portando aggrappati sotto la pancia i piccoli. Tutto questo intorno ad un edificio davvero bello, ma tristemente trascurato nei suoi dettagli, come anche ieri abbiamo osservato. L'interno, labirintico e spoglio, conduce a spiazzi al livello superiore dove sono distribuite delle piccole finestre attraverso le quali si può ammirare una vista incredibile della città. La prospettiva sembra quasi impossibile, poiché al di sotto in realtà c'è lo strapiombo dell'altura ed poi è già pieno di costruzioni. Dunque la città inizia proprio lì, distesa, e sembra di ammirare un'infinità attraverso un'apertura così stretta.
Lasciando Nahargarh, siamo andati a vedere il Jal Mahal, detto anche Water Palace. Spenderò giusto qualche parola polemica su questo palazzo, bello ma senza alcuna rilevanza. In questa città, nel mezzo di un lago, qualcuno ha costruito con pali chissà quanto lunghi un'edificio dall'aspetto splendido, inoltre ben curato. Tuttavia l'attrattiva che esso costituisce è fare delle foto dalla riva senza potervisi in alcun modo avvicinare. Al massimo si può restare lì intorno un po' più di tempo a contrattare con omini per statuette, a detta loro, di marmo, o a guardare i cammelli lì in sosta, a disposizione per essere cavalcati.
Dopo un pranzo sullo stesso tono poco entusiasta, ci dirigiamo all'imponente, famosissimo ed incredibile Amber Fort, anch'esso su di una considerevole altura. Il programma era di salire, come previsto, sull'elefante e raggiungere la cima, per provare l'esperienza. Ovviamente, come non detto: non è accaduto. Ma ecco cos'è accaduto.
Raggiunto il forte, ci dicono che oggi non sono disponibili elefanti nel pomeriggio per raggiungere la cima, dunque dobbiamo salire a piedi o in macchina o con una geep. Per quanto riguarda gli elefanti, ci dicono che sono disponibili alcuni per fare un giro nel paese ai piedi della fortezza, giusto per provare l'esperienza insomma. Così, mentre saliamo a piedi, ci diciamo che in fondo è un'occasione da cogliere, visto che siamo qui. Perciò decidiamo di raggiungere questi elefanti al termine della visita all'Amber.
Questo luogo è indescrivibile, permette di avere una vista meravigliosa tutto intorno, osservando le piccole ed infinite scalette che montavano sulle dolci montagne circostanti, lasciando di tanto in tanto sfrecciare dei torrioni per segnare i punti più alti. I passaggi tortuosi che conducevano a nuovi punti di visuale sulla vallata, sulle montagne e sull'abitato continuavano a stupirci, nonostante la parziale incuria in cui si trovano. Molti livelli si sovrapponevano, così era un susseguirsi di scale che salivano e scendevano, fino a raggiungere anche la corte interna, protetta e nel cui cuore si trova un curatissimo e rigogliosissimo giardino con siepi perfette. Percorrendo la discesa per l'uscita, ho potuto vedere quello che mi ero persa salendo, avendolo alle spalle: quella natura che si incontra con la confusione di case spontanee e l'imponenza di edifici come quello, che rende il paesaggio unico nel suo genere, in cui ogni strato è visibile e riconoscibile nella sua identità.
A questo punto diciamo a Ganesh di portarci dagli elefanti, perché questa benedetta esperienza tocca pur farla. Attraversiamo il paese ai piedi dell'Amber, osservando strade molto dissestate e sul ciglio scene come una famiglia, intenta nelle azioni quotidiane: la madre che pettina una delle bambine, mentre l'altra è stesa sulla rete senza materasso di fronte alla tenda, tutto ciò sotto lo sguardo distratto del padre seduto su di uno sgabello. Il tutto tra mucchi di fango, ognuno di loro rigorosamente senza scarpe.
Pochi metri più avanti scendiamo ed entriamo nel fatidico luogo, ma ciò è quel che vi abbiamo trovato. Una sorta di stalla in cemento armato, piena di mosche, capre ed escrementi, con sei elefanti in fila. Ognuno si trovava separato dall'altro, con il soffitto che terminava circa un metro sopra la loro testa. Erano tutti legati. Siamo arrivati di fronte a loro ed entrambi, sia io che il mio compagno, abbiamo avuto l'istinto di fermarci. Che si fa? Cos'è questo posto? Abbiamo capito in quell'istante che l'esperienza non si poteva fare, che questa scena era tristemente sufficiente, così siamo andati via.
Come spiegare questo? Sento di aver preso in un certo senso l'abitudine a vedere le cosiddette madri passeggiare per strada, bloccando il traffico. O le capre grattarsi con le proprie corna in mezzo alle persone. Pavoni e scimmie che non si lasciano avvicinare. Trovare animali così maestosi ed imponenti in questa condizione sembra davvero un controsenso.
Abbandonata l'idea, il caro Ganesh ci propone un paio di attività per ammazzare il tempo, prima di tornare in albergo. Noi accettiamo di andare a dare un'occhiata, seppur ignari nei confronti dei suoi intenti, perché non si capisce quasi niente quando parla. Ci troviamo così a visitare una stamperia tessile, una vera e propria fabbrica in cui realizzano le stoffe decorate che si vedono dappertutto. Affascinante: pareti e pareti di stoffe di mille colori, nonché offerte di realizzarci vestiti, camicie e quant'altro su misura.
Infine l'ultima attività propostaci è stata la lettura della mano. Ho pensato, perché no, non l'ho mai fatto in vita mia. Così veniamo condotti, guarda un po', in un negozio di gioielleria. Devo aspettare un po', perché l'uomo che legge le mani è occupato. Si libera e vengo fatta salire nella stanza, illuminata al neon, con questo indiano di mezza età che scrive al cellulare. Sono un po' perplessa, ma vediamo che succede. Mi siedo e comincia a chiedermi il nome, la data di nascita ed altro. E mi osserva le mani. Mi chiede se è vero che la mia salute quest'anno non va molto bene, ma io gli dico che onestamente quest'anno è stata migliore di quelli passati. Poi mi dice che il mio prossimo anno sarà meraviglioso, pieno di soddisfazioni, in carriera, in amore, in tutto. Che bello, dico io, menomale. Poi mi guarda e mi chiede se porto sempre questo tipo di orecchini piccoli. Io dico di sì e lui mi comincia a parlare del rubino, della sua qualità solare, la quale mi appartiene profondamente. Il color rubino è il mio favorito, mentre il quattro è il mio numero. Mi ripete che il mio prossimo anno sarà stupendo, io ringrazio e mi avvio al piano di sotto, dove si trova la gioielleria. Lì i dipendenti mi chiedono d'assalto se volevo acquistare qualcosa, mentre prima mi avevano quasi ignorata, e vedo che sono pronti già dei piccoli rubini sul tavolo. Così ho tirato dritto ed ho infilato la porta buttando lì un goodbye. Già avevo intuito, ma vedere quelle pietre già predisposte ad essere vendute, sapendo già quindi i dipendenti quali dovessero mostrarmi, mi ha deluso abbastanza.
Questo lettore di mano, mentre mi parlava del mio brillante futuro, mi ripeteva quanto fosse importante nella tradizione indiana questo tipo di profezie, quanto fosse qualcosa legato all'astrologia, che va avanti da secoli. Adesso penso, peccato, mi sarebbe piaciuto incontrare questa magica tradizione.
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