domenica 12 agosto 2012

Giorno 2.

Gambe in spalla, inizia un nuovo giorno per noi in questa folle e disarmante città. Delhi si sveglia presto, prima di noi sicuramente, tanto che quando vi ci tuffiamo è già in pieno movimento. Viene quasi da chiedersi se durante la notte i clacson hanno smesso di suonare all'impazzata ed i cani ad abbaiare ingenuamente alle mosche.
Il primo moto che avverto è quello di abbracciare tutta questa realtà, più di ieri. Lasciare indietro la diffidenza ed il disagio, per gettarsi a capofitto nell'occasione di una vita che è questa esperienza. Dunque decidiamo di fare un affondo, tra templi e moschee, alla ricerca di quella misticità che in questa città deve pur esserci.
La prima, in Old Delhi, è la famosa ed imponente moschea Jama Masjid, la più grande di tutta l'India, dalla quale non possiamo non aspettarci di essere brutalmente sorpresi. Così a piedi scalzi in questo grandissimo luogo di culto, sotto il sole rovente, avvolta in una sorta di tunica di uno sgargiante arancione messomi addosso da un anziano all'ingresso, mi guardo intorno. Camminando nel porticato che circonda la corte interna vediamo molti fedeli, i più stesi a dormire, a volte circondati da mosche, con la testa nella stessa direzione. Solo alcuni erano in  piena preghiera, raccolti in se stessi a bisbigliare parole ormai conosciute a memoria o leggendole da grossi libri posati sulle proprie gambe. Ma non riesco a concentrarmi sul fascino che questo suscita in me, perché sento troppi sguardi puntati e questo mi mette in soggezione. Sarà per il colore molto visibile della tunica, sarà per la mia pelle più chiara, il viso dai tratti differenti, i capelli raccolti alla buona, gli occhiali da sole. Sarà per tutte queste ragioni, ma fa una certa impressione essere notati al punto di suscitare la voglia di essere fotografati. Chissà quanto devo essere apparsa loro buffa, io e  tutti i turisti che si trovavano lì dentro, penso in questo momento.
La pietra rossa della moschea era bollente, un odore acre di sudore e sporco si diffondeva ed i gradini per salire al minareto sembravano infiniti: sembrava di non arrivare mai all'interno di questa microscopica spirale, in cui il passaggio era stretto e a volte da condividere con un altro che, mentre salivo, scendeva. Sali, sali, sali... ma quando finisce questa dannata scala angusta, ci chiedevamo in un bagno di sudore. Ecco infine la luce di quel labirinto verticale e, sorpresa, una ventina di persone ammassate in tre metri quadrati a guardarsi intorno. Mi faccio spazio per osservare qualcosa anche io, ma stretta tra tutte le altre persone, di cui quasi tutti uomini, come spesso accade qui. Tra le teste riesco a vedere una distesa di edifici, non riesco a distinguere bene. Ma in fondo, dopo una una fatica come quella, ogni panorama ha l'obbligo morale di essere meraviglioso per valere quello sforzo. Eppure qualcosa non va, lo sento. Intendo in me, nel modo in cui non riesco a lasciarmi andare, in cui continuo a preoccuparmi di tutta questa attenzione, senza riuscire ad essere ad essa indifferente.
Penso che avessi bisogno di una scossa, di un contatto diretto con questa difficoltà, ed è proprio ciò che è avvenuto nei pressi dell'India Gate, uno dei luoghi più turistici di Delhi. Il taxi parcheggia e fuori dallo sportello si avvicinano una donna ed una bambina con dei braccialetti su un vassoio. Noto come la donna dice qualcosa alla bambina imponendosi sola davanti al mio finestrino, mentre con la coda dell'occhio vedo che un gruppo di tre o quattro bambini si ammassa fuori dallo sportello del mio compagno. Lui viene circondato da essi una volta uscito, io vengo afferrata dalla donna. Lei ha la testa coperta da un velo, è giovane, non ha più di trent'anni. Mi prende la mano, ma senza alcuna gentilezza, stringendola forte con entrambe le sue mani. Penso che è molto più forte di me, io tiro il braccio ma non riesco a liberarlo. Nemmeno riesco a capire quale sia la sua intenzione che già comincia  a svolgere il compito che aveva deciso di dedicarmi, senza che io potessi dare la mia approvazione. Comincia a scrivere sul dorso della mia mano con un liquido denso che esce da una plastica arrotolata e capisco infine cosa ha deciso per me: mi sta facendo un tatuaggio, di quelli naturali che in molte culture, tra cui anche quella indiana, vengono fatti per le donne in procinto di sposarsi, a ridosso della festa di matrimonio. Intanto io continuo a tirare il braccio, per il mio disappunto, ma così il disegno comincia ad essere molto confuso. Solo quando capisco che ormai è tardi, che ha cominciato e non smetterà finché non ha finito, che smetto di contrastare la sua presa e noto come il disegno comincia ad essere più bello, con i riccioli ed i fiori. Ero indispettita, l'ho percepita come una violenza, che mi ha confuso ancora di più. Molte persone erano come quella donna e quei bambini in quella zona, comportandosi in modo appiccicaticcio non solo con i turisti occidentali, bensì anche con gli indiani visibilmente benestanti, i quali erano una schiacciante maggioranza rispetto a noi. Lì ho compreso in un certo senso l'indifferenza, il bisogno di provarla, per loro e per noi, perché è ciò che ci si aspetta da queste interazioni sociali il più delle volte.
Ero contrariata, al punto che, nell'avvicinarsi al Lodi Garden, sentivo tornare quel disagio da cui volevo distaccarmi. Non avevo alcuna aspettativa da questo parco, ma devo ammettere che mi ha sorpresa meravigliosamente. Dopo la prima decina di metri, ci siamo immersi in uno stupendo giardino, tra gli alberi a volte fitti a volte più radi, tra i quali correvano numerosi gruppi di oche giganti, starnazzanti come i clacson delle vetture nelle strade, ma con un suono dall'effetto più armonioso. Tantissimi piccoli scoiattoli dalla coda non molto vaporosa correvano ovunque, tra la natura che improvvisamente scopriva edifici meravigliosi in cui sono conservate le spoglie di grandi sovrani del passato. Coppiette di giovani si potevano scorgere negli anfratti delle piante o nelle nicchie di queste grandi costruzioni decadenti, dalla pietra grezza e silenziosa. Amici in gruppo intenti a farsi foto con questi meravigliosi sfondi ed infine una panchina all'ombra di un'albero, accanto all'ingresso di una di queste tombe. Finalmente la pace, ecco dove si trova. Qui infine ho trovato quello che cercavo e cominciato a capire alcune cose, o perlomeno a formulare delle opinioni. Lo yin e lo yang, l'ordine ed il caos, sono entrambi essenziali. Non si può apprezzare l'uno senza aver accolto l'altro. E quelle persone devono essere davvero avvolte nel caos, bisogna riconoscerlo. Al tempo stesso è difficile ammettere come l'ideale di una cultura, che ha dato vita alla filosofia d'accoglienza di Gandhi e che tanto la rispetta, sia sostanzialmente un'utopia irrealizzata sotto tanti aspetti. Quel contatto tra la povertà e la ricchezza sottolinea il divario stesso, il povero non può sentirsi che più povero, mentre il ricco più ricco e a me viene spontaneo chiedermi perché. Viene sottolineato un individualismo che non mi aspettavo in questi scambi sociali, in cui ognuno non è una persona, ma il valore che essa ha da un punto di vista gerarchico, economico, di status. Le caste esistono, perché tutti questi individui non smettono di insistere nel tentativo di ottenere qualcosa, pur sapendo che nella grandissima maggioranza delle volte non avranno alcuna soddisfazione da ciò. Vengono cresciuti con questa attitudine fin da bambini, come si vede continuamente per le strade, come a voler sottolineare che così si nasce, si vive e si muore, non si può cambiare. Da una parte c'è chi fatica e che fatica tutta la vita, dall'altra chi mangia e lo fa da sempre. Non riesco a fare a meno di domandarmi io dove mi trovo rispetto a tutto questo.
Si è aperta a noi questa cultura, si fa scoprire ogni momento di più. Lascia scorgere la voglia di giovanissimi indiani di entrare in uno dei complessi più antichi poco fuori Delhi, in cui si trova la prima moschea indiana ed il Qutb Minar, un minareto di arenaria imponente che svetta incredibilmente sul parco circostante. Gruppi folti che sembrano famiglie si aggirano per questi luoghi, mostrando come apprezzano passare in questo modo la domenica pomeriggio insieme.
Per non parlare del mistico, incantevole, fresco silenzio all'interno del Lotus Temple, un luogo impregnato di un senso che nuovamente innalza lo spirito, tentando di dimenticare le distinzioni sociali. Un tempio a-religioso, in cui ogni individuo, di qualsiasi religione, può pregare o meditare accanto all'altro, nella tolleranza reciproca.
Infine la folla a sera inoltrata lungo la via principale di Karol Bagh, lungo cui i negozi restano aperti come a creare quell'ambiente rilassato di svago, per concludere il fine settimana. Non mi sento più gli occhi puntati addosso, comincio ad essere un po' più indifferente e ad apprezzare le cosiddette "regole della casa".
Un ultimo pensiero oggi va al Gulab Jamun, uno dei dolci più buoni che abbia assaggiato, nonché ad alcune pietanze di cui non saprei dire il nome. Come la cultura, questa cucina è molto particolare, può risultare ostica, ma sa rivelare delle incredibili sorprese.

1 commento:

  1. In questo turbinio di caos e pace interiore viene da chiedersi veramente noi dove siamo...e che ruolo abbiamo. Qualcosa si è messo in movimento dentro di te, spero che ti porti lontano!

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