Come previsto, questa Jaipur ci ha stremato. Non c'è dubbio che questo posto con Delhi non abbia assolutamente nulla a che fare, perché finalmente possiamo immaginare di girare la città a piedi. Però questo ha i suoi pro e i suoi contro: i piedi, dopo la camminata di oggi, facevano male sul serio. In fondo abbiamo camminato solo sette ore, senza quasi una sosta, in preda all'impellente necessità di vedere una dopo l'altra le beltà che questa città aveva da riservarci.
Ebbene sì, c'era una punta di ironia in queste ultime parole, ma il confronto tra la capitale e Jaipur è stato spontaneo ed inaspettato. Mi aspettavo in un certo senso di trovare un luogo più organizzato, strutturato, calmo e pulito, ma sulle ultime due caratteristiche non potevo sbagliarmi di più. Abbiamo fatto il giro del centro della città, la cosiddetta Pink City, i cui edifici sono tutti su tonalità di rosa, mattone, beige e rossiccio, attraversando molti bazar sotto i portici, che si snodano per tutte le vie principali permettendo a chi passeggia di ripararsi, dal sole o dalla pioggia. Ma non ci si ripara dal caos più totale di voci, a volte urla e schiamazzi, di colori sgargianti di polveri per dipingersi il viso e abiti ricchi di dettagli, venduti da omini che chiamano "madame, please, look" al passaggio di ogni donna, specie occidentale. Ma soprattutto di odori, che ho percepito estremamente forti, come mai prima d'ora: i profumi di spezie si diffondevano in ogni dove, ma ancor più i fetori dati da muffe verdi non ben identificate, che ogni tanto si incontrano, e dai sacri escrementi della "madre". Perché in questa città le madri, ossia le vacche, sono davvero ovunque, passeggiano accanto alle persone, ma soprattutto cagano dappertutto. E sono regalini dalla consistenza importante, che non passano inosservati davvero. Inspiegabile è stato anche osservare la quantità di spazzatura e di mosche in quelle vie centrali, che avevamo supposto poter essere più curate, per aumentarne l'attrattiva, mentre qui sembra avvenire il contrario. Più si esce dal centro città, maggiore è la pulizia delle strade.
Eppure questa città ha delle vere bellezze da regalare, primo fra tutti l'Hawan Mahal, il cosiddetto Palazzo del vento. Un edificio su cinque piani, ognuno dei quali facile da raggiungere con delle rampe e man mano permette di avere una vista sempre più bella della città, alla quale si aggiungono i meravigliosi decori rosa dei piani sottostanti, con passerelle, piccole cupole e guglie. Dalla cima abbiamo goduto di una vista davvero incredibile di tutto ciò, senza considerare il vento dolce che soffiava in quel punto: tutto il palazzo è pensato per garantire un continuo flusso di vento, che dona un certo sollievo nell'estate calda. Molto interessanti anche il City Palace, dove risiedeva il maharaja, che non si faceva mancare ricchissimi abiti e dettagli del palazzo decorati con fantasie ispirate al pavone, e il Jantar Mantar. Quest'ultimo è un bizzarro parco astronomico, in cui vi sono delle costruzioni che corrispondono a strumenti per misurare il cielo e i corpi celesti, l'azimuth e lo zenith. Affascinanti e lo sarebbero stati ancora di più se sottoposti ad una maggiore cura degli intonaci, in generale dei dettagli che molto hanno da regalare.
La sensazione che ho provato nel visitare questa città è stata quella di fare un viaggio non solo attraverso lo spazio, bensì anche nel tempo. Osservare gli uomini che lavoravano il marmo, molti che cucinavano e mangiavano per la strada, la maggior parte delle persone che, sedute, si toccano i piedi in continuazione, perché passano la gran parte del tempo scalze nonostante i regalini delle madri. Alcuni individui con dei disegni sul viso, come a rivelare una propria storia interiore, un percorso diverso da quello di tutti gli altri. Donne anziane sedute a terra intente a mettere in ordine la verdura che stanno vendendo, posata su di un pezzo di stoffa sopra al pavimento, mentre piccoli bambini trasportano sulle proprie teste o spalle grandi buste piene di semi o chissà cos'altro. Qui la vita è così differente da ciò a cui sono abituata. E questo continua a stupirmi ogni giorno che passo in questo paese.
Tutto ciò si è sviluppato nelle sette ore di cui parlavo, senza consumare un pranzo. Alla fine, distrutti, abbiamo deciso di seguire il consiglio della nostra guida e di cercare di rilassarci un po', dunque ci siamo rivolti all'ayurveda. Eccezionale. Ma andiamo con calma.
Io vengo accolta da una massaggiatrice, mentre il mio compagno da un massaggiatore. Qui è così che funziona, non si può pensare diversamente di mischiare le carte. Questa donna giovane, di circa trent'anni, mi sorrideva e gentilmente mi dava le poche indicazioni di cui avevo bisogno, mentre si dedicava al suo lavoro. In alcuni momenti ero stupita dalla sua energia, in altri il solletico che provavo mi faceva quasi ridere, in altri ancora ho provato un senso di rilassatezza davvero incredibile. Mi sono sentita riconoscente nei suoi confronti mentre si prendeva cura di me e pensavo a quanto particolare ed importante sia la scelta di svolgere questo tipo di mestiere, dando sollievo alle persone.
Dopo un lungo massaggio mi ha anche lavata con gentilezza per rimuovere l'olio ayurvedico e in quel momento ho pensato che nessuno mi ha mai lavato, a parte i miei genitori quand'ero piccola ovviamente.
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