martedì 14 agosto 2012

Giorno 4.

Il primo pensiero stamattina, per essere onesta, è stato quello di non voler uscire da questa stanza d'albergo. Mi rendo conto che fosse terribilmente stupido, ma avevo un forte senso di repulsione nel gettarmi ancora una volta in questa realtà. Sciocco, perché in fondo non mi ha costretto nessuno a venire fino a qui, sono stata io a deciderlo e a fare in modo che accadesse. Sarà stato per la notte un po' agitata in cui non sono riuscita a dormire bene, sarà perché comincio già ad essere provata. Tuttavia, dopo un piccolo sfogo e spinta dal mio compagno, mi sono fatta forza e preparata per affrontare una nuova giornata, all'insegna della scoperta della metropolitana di Delhi.
Prima segnalazione: siamo diventati bravi a non farci molestare da tutte le mille persone che chiedono di trasportarci, di aiutarci, di indicarci la strada. Si tira dritto, perché questa è la convenzione sociale che vige qui. Gli indiani sono molestati allo stesso modo dopotutto, ma reagiscono così, dunque ora abbiamo imparato a farlo anche noi. Basta distogliere lo sguardo, fare un cenno con la testa o dire un semplice no, e continuare a camminare, perché la verità è che chi si ferma è perduto. Abbiamo anche imparato che, per capire dove andare guardando le cartine, bisogna anticiparsi il lavoro finché ci si trova in posti chiusi come ristoranti, metro o quant'altro. Poi, come esperti, si va verso l'obiettivo, anche se non sempre si coglie in pieno. Stamattina infatti ci siamo persi un'altra volta per le vie di Karol Bagh, come ieri sera, ma stavolta di giorno e in un'altra parte del quartiere. Le cose sono due: o la cartina di Google non è fatta bene o ho perso il senso dell'orientamento in quella mezzora. Ci siamo ritrovati da tutt'altra parte, nella superflua ricerca di un bar per bere un caffè. Ma nel percorso abbiamo visto molti ragazzini uscire dalle scuole con il simbolo della bandiera indiana sul petto, dato che domani è l'India Indipendence Day. E molte abitazioni, girando per una parte del quartiere quasi del tutto residenziale, notando che qui in fondo le case non sono poi così terribili. Non si tratta di alta qualità architettonica ovviamente, ma non sono neppure baracche. Peccato che l'olezzo, l'immondizia in mezzo alla strada e le mosche non mancassero neppure qui.
Usciti da questo labirinto di stradine e raggiunta finalmente la metro, abbiamo scoperto un nuovo mondo, che ci è risultato familiare e gradevole davvero: la metro è davvero ben tenuta, i treni sono nuovi e con aria condizionata e non c'è nemmeno l'ombra di un cane o di una scimmia. Stiamo scoprendo come in certi frangenti questa città sia davvero al passo con le altre grandi capitali del mondo, mettendo a segno molte più linee metropolitane della cara e vecchia Roma. Senza accorgercene e con serenità raggiungiamo quindi una delle due mete che abbiamo deciso di avvicinare oggi nel tentativo di completare il giro di templi delle religioni più diffuse in questo paese e che ci incuriosiscono.
Il primo è stato il tempio sikh Gurudwara Bangla Sahib, presso il quale siamo andati attratti da quello che abbiamo scoperto su questa religione. Vegani, i primi a introdurre la parità tra uomini a donne, le quali non devono essere bruciate sulla pira con i mariti morti, condividono il proprio patrimonio con i fratelli sikh, lavorando sempre al fine del benessere generale. Una particolarità è che gli uomini devono avere il capo coperto nei luoghi di culto, ma non solo: essi devono portare il turbante sempre, ogni giorno della propria vita, ed è loro impedito di rasarsi qualsiasi parte del corpo. Sono quelli con le barbe lunghe e i turbanti insomma, che portano in giro i ragazzini con copricapi con una specie di palla in testa. Sono affascinanti, come lo era anche il loro tempio, in cui ogni venti minuti si da il cambio un guru diverso, che parla loro come in un'omelia e cantano insieme. In questo luogo ho avuto la sensazione di trovarmi in casa di qualcuno, come se ogni persona fosse lì per un motivo che effettivamente aveva a che fare con questa religione e le diverse fedi guru. Ma potrei sbagliarmi.
Dopo ciò, abbiamo dato una secondo chance all'area probabilmente più famosa di Delhi, Connaught Place, che avevamo visitato il primo giorno e ci aveva un po' scioccato. Adesso che abbiamo capito meglio come funzionano certe cose qui, non mi è sembrato un luogo così ameno, seppure un po' lo resta comunque nella sua sporcizia totale, che raggiunge soglie di fetore davvero nauseanti. Abbiamo attraversato l'area più o meno verde che si trova al centro di Connaught Place, dove era allestito anche un mercato: gruppi di persone stese sul prato a rilassarsi in serenità si alternavano ad altri gruppi di lavoratori che si rintanavano in angusti spazi pavimentati in cemento per stendersi e riposarsi del lavoro svolto fino a quel momento, nella confusione e nel tran tran generale del vendere di tutto. 
Ancora la cara metropolitana e raggiungiamo uno dei luoghi che, ora posso azzardarmi a dirlo, ho trovato più incredibili di tutta Delhi: il tempio induista Swaminarayan Akshardham. Un luogo da togliere il fiato. Ma cominciamo dal principio.
Da lontano si vede questo grande gruppo di cupole e si capisce che ci aspetta qualcosa di grosso laggiù, ma in un certo senso bisogna guadagnarselo. Prima percorrere un'abbastanza lunga strada a piedi insieme agli indiani hindu che si dirigono al tempio, ma che camminano terribilmente piano. Passare per un check delle borse che non contegnano elementi pericolosi. Poi compilare un modulo con i propri dati da consegnare ad un omino. Lasciare all'omino tutti, ma proprio tutti, i propri averi, tranne soldi e passaporto: cellulari, macchine fotografiche, borse, tablet, tutto. Anche i libri non sono permessi, però l'acqua sì. Seguire un percorso che divide a quel punto in uomini e donne e li mette in fila: mi rendo conto a questo punto, guardandomi attorno, che queste donne indiane sono proprio basse, circa di una testa rispetto a me, e guardando dritto sopra di loro posso vedere tutto quello che c'è dopo. Passare un metal detector, un'ispezione ed infine si è fuori. Il mio compagno in questo ci ha rimesso un accendino, perché ovviamente anche quelli non sono permessi.
Ed eccoci qui, improvvisamente davanti a noi prende forma un luogo eccezionale, difficile da descrivere. Meraviglioso. Fontane, archi, strutture di passaggio come statue merlettate e abbronzate sotto il sole. Edifici che sono templi e lo sembrano senza dubbio, nella loro maestosità, bellezza, imponenza e grazia. I decori sono incredibili, infiniti, piccolissimi, riproducendo in continuazione moltissime delle storie di questa religione, così ricca di divinità e murti, che sono come incarnazioni o rappresentazioni del Dio sulla Terra.
Qui ci sono prati perfetti, siepi curatissime e dal verde vivido, specchi d'acqua che affiorano fino al livello della pavimentazione su cui si cammina, come in una soluzione di armoniosa continuità. Porticati circondano in tempio al centro, con un color creta più scuro, lasciando all'elemento più importante l'attenzione. Camminare a piedi nudi in questo luogo ha davvero un senso, quasi al punto da rabbrividire per quel contatto così liscio, su superfici liquide come quelle. All'interno del tempio il murti dorato a cui è dedicato il tutto rispende tronfio, mentre i devoti gli rivolgono preghiere.  
Nonostante la presenza di bar interni, che comunque rendono il luogo vivibile per un tempo abbastanza lungo, e i riti di buon auspicio a pagamento, che consistono nel versare dell'acqua sulla testa del murti, questo luogo mi ha davvero rapita. Ed essere privati di ogni elemento che appensantisce la visita o la rende funzione di immagini catturate in fotografie è una bella sensazione, dopotutto. Si ha la consapevolezza che quel momento, quel paesaggio, quella meraviglia può essere custodita solo dentro di sé, dunque importante anche la leggerezza per poterla accogliere appieno.
Ispirati da ciò, ci avviciniamo a lasciare questa città per passare alla seconda domani, ossia Jaipur.
Ma prima di andarcene abbiamo sperimentato una cena vegetariana davvero particolare, qui a Karol Bagh: cibo no limits, servito da una decina di camerieri che si dividono una sala di circa trenta clienti, passando in continuazione per mettere cibo nel piatto, yogurth nel bicchiere, o domandare solo se va tutto bene. Una gentilezza davvero gradevole, una dedizione nel rendere felici ed appagati i clienti che amo osservare, verso di noi in particolare perché stranieri, ma verso tutti in generale.
E' così che voglio salutare questa città per il momento, prima di rivederla tra una decina di giorni.



1 commento:

  1. Grazie per la tua capacità di descrizione: mi sono sentita trasportata anche io in quel tempio e,chiudendo gli occhi, ho avuto la sensazione di poter osservare le scene che hai descritto come guardando attraverso i tuoi.

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