Mentre un omino si trova nella nostra stanza per far funzionare la televisione, io comincio a scrivere di questa giornata che potrei definire del tutto sfinente, seppure apparentemente non abbiamo fatto poi molto. Siamo partiti in mattinata da Jaipur per raggiungere Agra, questa terza città indiana che ci troviamo a scoprire. Ho la sensazione che, per quanto differente sia ogni giornata dall'altra, alla fine il risultato sia il medesimo: una profonda stanchezza, a volte fisica, ma sempre mentale. Come se fossi stata lavata e rilavata, per poi essere centrifugata in lavatrice.
In sostanza credevo che questa sarebbe una giornata tranquilla, non dico rilassante, ma quanto meno non stressante come invece si è rivelata, trattandosi solo di uno spostamento da una città all'altra.
Tutto ha avuto inizio con l'arrivo dell'indiano che ci ha condotti fino a qui, il quale ha avuto difficoltà a comprendere l'inglese per tutta la giornata, dunque la comunicazione si è rivelata difficile, sebbene siamo riusciti a risolvere comunicando con il suo capo per telefono. Mentre l'auto lasciava Jaipur, abbiamo visto centinaia di volantini colorati volare per alcune strade, per le elezioni universitarie. Una volta usciti dalle strade cittadine, abbiamo percorso l'autostrada lungo il fondovalle, mentre intorno a noi vi erano le pareti verdi delle alture caratteristiche di quest'area. Poi si susseguono mucche che brucano nell'isola spartitraffico, ogni tanto attraversando e mettendo in crisi i guidatori spericolati. Motociclette procedono sulla corsia di sinistra, guidate da un uomo e dietro una donna, il cui velo colorato viene gonfiato dal vento durante la corsa. Piccole costruzioni arrangiate tra le ruminanti madri, presso cui sembrano abitare quegli individui che si trovano lì. E mi chiedo quante storie da raccontare si nascondano in ognuno di questi piccoli angoli nel bel mezzo del nulla. Ragazzini compaiono allegri sulle biciclette da strade sterrate che conducono alla strada che percorriamo, chissà da dove vengono. Altre abitazioni, molte delle quali con fili di panni colorati stesi ad asciugare al sole. Un cammello si prende un po' di tempo per sé da solo, nel mezzo di una distesa verde, che ospita anche vacche e buoi con i rispettivi accompagnatori, in solitaria con un ombrello per ripararsi da sole o pioggia che sia. Infatti comincia a piovere: un bambino con indosso solamente dei calzoncini aspetta presso l'isola spartitraffico di attraversare l'autostrada.
Decidiamo dopo tre ore di viaggio di fermarci a visitare Fatehpur Sikri, un'antica città fortificata che ci aspettavamo di trovare deserta. Invece ci troviamo ad affrontare un caos totale dato da un festival per la fine del ramadan. Perché la regione dell'Uttar Pradesh, in cui ci troviamo, sembra particolarmente popolata da musulmani. Così, per entrare nel sito storico, patrimonio dell'umanità, dobbiamo prendere dal parcheggio un bus, che ci lascia ai piedi del complesso di edifici. Ci avviamo nella direzione suggerita da alcuni individui e ovviamente ci perdiamo, in mezzo alla quantità disarmante di persone e di chioschi pronti a vendere qualsiasi cosa, da cibo, a ninnoli, ad abiti. Non può essere questa la direzione giusta, ci diciamo, così ci giriamo per tornare indietro e veniamo avvicinati da un tipo gentile che ci vuole aiutare, ma noi sappiamo che c'è qualcosa sotto. Solo che, non sapendo dove andare, ci lasciamo guidare, sperando che ce la mandi buona. Ci comincia a condurre per delle stradine ripidissime, con capre, spesso escrementi ed immondizia, per non parlare delle mosche, mentre incrociamo un grande maiale con dei piccoli che placidamente proseguono. Lui cammina scalzo su quelle pietre di cui è fatto questo percorso e penso che dev'essere tutta la vita che sale quei vicoli senza scarpe. Ogni tanto scambia un cenno con persone che sono intorno a noi, mentre di tanto in tanto ci fa delle domande sull'Italia, da quale città veniamo. Molti bambini ci si avvicinano, dicendo solamente "hello, money" o "desculpa", agitando le manine o porgendole per ricevere qualcosa. Diverse persone sono intente in tutto questo a cucinare in mezzo a questi stretti passaggi, con grandi pentoloni che emanavano odori ormai familiari, che tuttavia si mescolavano con gli olezzi presenti in questa zona. Il caldo e la salita cominciano ad essere troppo per noi, che siamo delle mozzarelle in confronto a questo tipo, tranquillo nella sua scarpinata verticale. Infine arriviamo a questa scalinata da cui si ha una vista su praticamente tutta la regione ed è impressionante, ma quello che abbiamo appena attraversato è rimasto lì con noi, quella sensazione di intrusione in una vita che non ci appartiene, di cui siamo in fondo solo in grado di provare repulsione, perché non sapremmo viverci, perché al solo pensiero di far parte di tutto ciò, il rifiuto nasce del tutto spontaneo.
Entriamo in questa fortezza con le scarpe in mano, si tratta di un luogo importante e sacro per i musulmani di qui. L'imperatore moghul Akbar fece costruire tutto questo nel '500, pensando anche alle sue tre mogli preferite: una hindu, una musulmana ed una cristiana. Ad esse l'architettura di questo luogo è ispirata, con elementi misti di culture molto diverse tra loro, cosa che rende particolarmente affascinante Fatehpur Sikri. Tuttavia i venditori continuano a sopraffarci, a cercare di appiopparci qualsiasi oggetto, così diciamo al nostro nuovo amico che vogliamo andarcene, ma lui non ci molla a quel punto, deve ottenere qualcosa da noi. Così, vicino all'uscita, ci fa conoscere suo nonno, il quale produce statuette in pietra, nel senso che è proprio lui a lavorarla. Dai, compratene una, due, tre. Obiettivamente erano molto belle, così dopo una lunga contrattazione, che ha fatto scendere il prezzo alla metà, ne abbiamo acquistate due, abbiamo ringraziato e siamo scappati via. Davvero incredibile questo posto, folle, da far girar la testa per la crudezza della realtà che mostra.
Ci rimettiamo in viaggio verso Agra, che è vicina da dove ci troviamo. Mentre l'autista paga la tassa di passaggio nella città, ecco avvicinarsi al mio finestrino un uomo dai capelli tinti color rosso del tutto innaturale con una scimmia al seguito. La porta legata con una corda, e, piantandosi davanti a me, le fa un cenno e lei salta sulla cima del bastone di legno con il quale l'uomo si accompagna. Poi la scimmia si appoggia al vetro del finestrino: guarda me e il mio compagno, batte distratta la mano sul vetro. Osservo quanto sia bella, davvero, sembra avere un pelo morbidissimo. Ma ecco che per farla scendere l'uomo sposta il bastone e la strattona, come per spostarsi un po' più in là, forse lì daranno loro più attenzioni. Così si spostano e lui continua a strattonarla, per farle fare diverse mosse, verticali, capriole.
Infine arriviamo ad Agra ed andiamo verso l'albergo, ma troviamo un ingorgo pazzesco, in cui ogni veicolo è del tutto impossibilitato a muoversi. Rimaniamo lì per un bel po', per poi trovare una strada più libera, ma in quel lasso di tempo mi si presenta una scena. Un venditore di pesce, i pesci. I pesci sono completamente, e intendo completamente, ricoperti di mosche, come a voler vendere quelle piuttosto che il pesce. Ho pensato di non aver mai visto così tante mosche in vita mia in una sola volta. Le persone là intorno sembravano indifferenti alla cosa e c'era persino qualcuno che comprava.
Infine l'albergo e un po' di tempo per tornare alla civiltà che più ci appartiene. Ma, più i giorni passano, più sembrano farsi palesi le difficoltà di sostenere una vacanza di questo genere, che non trovo poi corretto chiamare tale. Questa esperienza, questa scoperta di un'altra parte del mondo così distante.
Forza amica mia, resisti! Quello che stai provando e le scoperte che stai facendo rimarranno per sempre una tassello importante della tua esistenza!
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