giovedì 23 agosto 2012

Giorno 13.

Ultimo intero giorno a Varanasi, quello che si sta per concludere. Domani mattina partiremo nuovamente alla volta di Delhi, la prima ed ultima località prima di tornare a casa. Ma ancora non abbiamo finito con questa città. Ma iniziamo da questa mattina.
Il nostro amico ci aspettava puntuale, così ci siamo incontrati ed abbiamo pianificato insieme la giornata. Questa è stata piena, e dico davvero piena, di templi: tre la mattina e due nel pomeriggio. 
Ci siamo diretti verso la parte sud della città, visitando un primo tempio induista, meno interessante dei due a seguire. Infatti il secondo, Durga Temple, è conosciuto anche come il Tempio delle scimmie, in cui la mia speranza di trovare molte di loro è stata soddisfatta. Si accede per un metal detector, come al solito, e bisogna lasciare le borse, come spesso accade. Così si percorre un vialetto tra gli alberi in cui decine di scimmie dal pelo soffice e prese dalle più diverse attività circondano i passanti incuriositi: alcune si spulciano a vicenda, altre osservando le persone allattano i piccoli, alcune giocano tra di loro come in una lotta senza sconfitti, molte si arrampicano sugli alberi o sulle reti. Infatti questo sentiero è circondato da una rete sgangherata, che spesso si apre completamente o si ripiega su se stessa, mentre sia all'interno che all'esterno di essa vi è una certa quantità di spazzatura. Ho pensato che peccato, potrebbe essere davvero molto più suggestivo questo luogo se non fosse per la mancanza di cura di questi spazi. Raggiungiamo il tempio e vi passeggiamo dentro ed intorno lasciando fuori le scarpe. Penso di aver tolto e rimesso le scarpe oggi qualcosa come dieci volte.
Il terzo tempio, lo Shree Vishwanath Mandir, risulta interessante, soprattutto nel tragitto per raggiungerlo. Passiamo con il tuc-tuc all'interno della città universitaria di Varanasi, dalla quale non mi aspettavo una tale vastità: si tratta dell'università induista. Comparivano a destra e a sinistra una dopo l'altra tutte le facoltà, da legge, a chimica, a biologia molecolare, ad agraria, in grandi edifici in stile coloniale, tutti un po' simili tra loro. Tra di essi, lungo le strade curve, molto verde ed alberi si susseguivano, creando vaste aree a parco per gli studenti, mentre ogni tanto era possibile vedere una casa di un professore. A quanto pare abitano proprio lì, quando si dice casa e bottega. Mi sono meravigliata della pulizia, del decoro e dell'assortimento di servizi a disposizione dell'università, come ad esempio numerosi campi sportivi. In un posto del genere è sufficiente possedere una bicicletta, ed ecco che viene semplice percorrere le distanze tra studentato, aulee universitarie e luoghi per passare il tempo. Quando ci si mettono ci sanno fare, viene da pensare.
Il pomeriggio è invece all'insegna di templi buddisti, ma per arrivarci è necessario un po' più di tempo. Dobbiamo infatti dirigerci presso un villaggio a nord di Varanasi, Sarnath, presso cui la religione più diffusa è proprio il buddismo: vi si dirigono molti fedeli in pellegrinaggio, poiché in questo villaggio, in particolare presso una grande struttura chiamata Dhamekh Stupa, il Buddha ha fatto il suo primo sermone. Perciò è un luogo molto importante, così ci siamo fatti trasportare da quest'altro lato della spiritualità indiana. Percepisco una maggiore affinità con questo tipo di religione, piuttosto che con l'induismo, benché il secondo sia sempre molto affascinante con tutte le storie che ha su divinità, loro incarnazioni, animali sacri e così via. Dunque visitiamo il moderno tempio Mulgandha Kuti Vihar, non lontano dal quale vi sono delle pietre rosse su cui si può camminare solo a piedi scalzi e dove si celebra quel primo discorso del Buddha. Nei templi svettano queste grandi statue dorate, come anche presso alcuni giardini, come quello del Tempio thailandese. Ma in quest'utlimo vi si trova anche un'altissima statua in pietra, gigantesca.
Ho notato quanto rari siano i turisti occidentali da queste parti. E come questo spesso accende la curiosità da parte di questi indiani nei nostri confronti. Oggi, oltre alla parte spirituale di templi visitati, ho da riportare la sensazione di attrarre un po' troppa attenzione per i miei gusti. Ad esempio, come noi facciamo foto a loro, anche loro vogliono farne a noi. Mentre il tuc-tuc controllava ad un gommista la pressione delle tre ruote dopo una strada lunga e battuta con pietre puntute che spuntavano ovunque, un gruppo di uomini continuava a fissarci, soprattutto me. Poi un ragazzo, avrà avuto scarsi vent'anni, si avvicina con il cellulare in mano per farmi una foto, senza alcun problema, senza chiedere niente. Io, vedendo questo, decido di stare al gioco, così sorrido.
Un po' mi manca sentirmi, come dire, nel mio branco. Ma so che d'altra parte un viaggio come questo non crea suggestioni e cambiamenti solo a me, perché con me porto in questo luogo lontano un po' del posto da cui provengo. E ne sono fiera.

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