Ancora una volta impossibilitata dalla connessione internet inesistente, questo giorno arriva la mattina dopo.
Di nuovo a Delhi, oggi l'ultimo giorno in questo paese. Ieri ho cominciato ad intuire le emozioni contrastanti che mi darà mettermi in viaggio per tornare a casa, dopo tutto questo. Ma domani capirò ancora meglio cosa significa.
Intanto ripensavo a degli aneddoti che mi sono sfuggiti, parlando soprattutto di animali. Perché qui, nella zona di Gurgaon vicino Delhi non se ne vedono, ma sappiamo ormai quali sono i classici. Vacche madri, cani stanchi, capre vispe, scimmie soffici e piccoli scoiattoli saltellanti su tutti. Ma il gatto? Ecco, ad esempio da queste parti non sembra ben visto e se ne incontrano davvero pochissimi in giro. Qualche giorno fa eravamo sul tuc-tuc, la sera era già calata, e stavamo percorrendo una piccola strada di Varanasi. All'improvviso un gatto rosso, di cui intravedo solo i lineamenti, sfreccia attraversando da un lato all'altro la strada. Il ragazzo indiano alla guida inchioda e si ferma, guardandosi intorno e aspettando che le due biciclette subito dietro di noi attraversassero per prime quel limite immaginario creato dal gatto. Sanjay, che era lì con noi, sorridendo ci spiega che porta sfortuna passare dopo che ha attraversato un gatto. Divertente, dico io, noi abbiamo la stessa tradizione, ma solo con quelli neri. Incredibile come, seppur così lontani, abbiamo un dettaglio del genere quasi in comune.
E poi il topo, anch'esso animale non spesso visibile, ma molto diffuso, un po' come da noi. Ce n'erano parecchi che correvano sulle rotaie del treno alla stazione di Agra, come se ne trova qualcuno in alcuni edifici. Eravamo in un negozio di ninnoli indiani, che vendeva strumenti musicali bellissimi, statuette, persino sedie, gioielli e così via, mentre il venditore si intratteneva in una lunga conversazione con noi, in parte per farci acquistare cose, ma soprattutto perché ne aveva voglia, e si vedeva. Sorrideva spesso, parlava della sua cultura senza quell'aria sognante che spesso abbiamo visto. Così parliamo della religione induista, nella quale crede e che prega quando gli serve qualcosa, come spesso accade. E di Ganesh, il dio con la faccia d'elefante, con una grande pancia, simbolo di prosperità. Il dio che rimuove gli ostacoli, che porta fortuna eccetera. Lui, nelle rappresentazioni, si vede spesso a cavallo di un topo, che è il suo veicolo, dicono. Il negoziante ride, ci dice che nel negozio ce n'è uno, forse due, ma che quindi non può ucciderli. In India non si usano le trappole per ammazzarli, perché essi sono i veicoli di Ganesh, dice con perplessità. Buffo osservare come, in alcune piccole cose, la vita qui sia davvero dipendente dalla religione.
E torniamo alla vacca. Sempre con questo negoziante parliamo delle madri, del perché sono sacre, ossia proprio perché sono madri, ma ci sono anche altre ragioni. Il fatto che alla fine siano portatrici di buona sorte, sostanzialmente. Poi ci fa una rivelazione. Con fare stupito e sottolineando l'importanza di questa notizia, dice che un tempo le vacche producevano molto più latte. Pensate un po', fino a quindici litri al giorno, magari pure venti. Una sola, che oggi invece ne fa tre o quattro. Io dico che dovevano essere proprio grandi quelle vacche, per avere tutto quel latte. No, dice convintissimo, affatto, sono come quelle di adesso. Io qui sono perplessa, ma mi piace vedere anche come la fede in certi dettagli sia forte, anche se non completamente ragionevole.
Ma torniamo dunque a parlare di ieri, giornata che ha avuto il suo inizio molto presto, verso le cinque di mattina, per andare a fare un giro in barca sul Gange all'alba. Tutti non facevano altro che dirci che si trattava dell'esperienza più bella che un turista possa fare a Varanasi, dicendo che non potevamo perdercela, così, davanti a questo, abbiamo detto perché no. Ed effettivamente la vista di quello che abbiamo trovato una volta arrivati al Ghat è stata meravigliosa, era valsa la pena di svegliarsi così presto. Con la piccola barca a remi abbiamo percorso un tratto del fiume verso sud, che avevamo visto anche l'altro giorno, ma molto vicino alla riva dei Ghat, che si susseguivano uno dopo l'altro con i bagnanti in preghiera. L'uomo sulla barca ci dice che questa è l'usanza, la mattina presto venire a farsi il bagno per poi dirigersi nei templi, per pregare ed essere in un certo senso benedetti. La luce era incredibile, come illuminava gli edifici alle mie spalle, mentre di fronte la sfera arancione del sole era salita poco poco, sopra la riva coperta di vegetazione. Il cielo, scuro e nuvoloso, permetteva a quella luce di arrivare solo dritta, orizzontale, mettendo in risalto ogni colore, specialmente sull'acqua. Quell'acqua appariva ancora più magica, con i mille riflessi dal giallo al blu, passando per il rosa, così molto mistico è stato rilasciare un fiore con una candela in quell'acqua, pronunciando il mio nome. Si tratta del rito di buon auspicio e benedizione, per sé e per la propria famiglia, per tutti i cari. Raggiungiamo tornando il Ghat da cui eravamo partiti facendoci sospingere solo dalla corrente e, quando lasciamo questo luogo, mi volto indietro una volta, per cercare di non dimenticare quei colori.
Di nuovo in viaggio, questa volta verso Delhi, ci dirigiamo all'aeroporto di Varanasi, salutando la città lungo la strada. Non posso dimenticare un uomo, a passeggio tra la gente, completamente nudo, con una sciarpa al collo, che camminava tranquillo, forse un po' confuso, mentre la gente intorno a lui non ci faceva più di tanto caso. Mi viene da sorridere e penso che cose così non si vedono dappertutto, intendo vissute con tale serenità. All'aeroporto incappiamo in qualche inconveniente, dato da stranezze del luogo, come l'impossibilità di portare liquidi di nessun genere a bordo. Insomma, nemmeno sotto i cento millilitri in busta di plastica, come si fa in tutto il mondo. Comunque senza nemmeno accorgercene, eravamo poi già tornati a Delhi, così abbiamo raggiunto l'hotel, che questa volta è nei pressi dell'aeroporto per facilitarci nel ritorno. Tornando a Delhi, ho ricordato l'agrodolce sensazione provata nel lasciarla per andare a Jaipur, con l'idea che ciò che ci aveva regalato Delhi forse non era la realtà diffusa davvero in questo paese. C'era una certa incredulità, data dalla novità, dalla mancanza di esperienza con questo mondo. Adesso penso che tornare qui è mettersi anche in pace con questo, perché, se essa è la capitale, è anche perché è il simbolo più rappresentativo del paese dopotutto. Ma questa volta ci troviamo a conoscere il lato più occidentale dell'India, quello di Gurgaon, piccola città con centri commerciali e palazzi che sembrano grattacieli. Così, curiosi di vedere come fosse l'incontro tra ciò a cui siamo abituati e qui, ci siamo diretti all'Ambience Mall, un grandissimo centro commerciale qui vicino, per dare un'occhiata ai negozi e mangiare qualcosa. Per raggiungerlo però percorriamo un passaggio sotterraneo senza luci, con motociclette che ci sfrecciano ad un passo, finché non usciamo e continuiamo all'esterno. Dobbiamo camminare sul ciglio dell'autostrada, come ho visto fare tante volte agli indiani, chiedendomi perché mai facessero qualcosa del genere. Ora che lo faccio anche io, capisco che a volte è l'unico modo per raggiungere la destinazione, perché non esiste un percorso per i pedoni. Così, dopo circa tre chilometri, entriamo in questo luogo del tutto familiare, pieno di negozi che già conosciamo, di marche vendute in tutto il mondo. Con la particolarità che probabilmente la merce viene prodotta proprio qui. Comunque ci sono anche negozi indiani, anche di alta moda, e sembrano davvero belli. Un piano è solo di ristoranti, così c'è Mc Donald's, che persino qui ha trovato il modo di attecchire, nonostante non mangino né manzo né maiale e la maggior parte della popolazione è vegetariana. Sì, perché si sono inventati, solo per questo paese, il Mc Egg, che sembra molto consumato dai locali. Poi entriamo da Pizza Hut, perché no, e farci una pizza. Solo che io voglio la Pepperoni Pizza, ossia quella col salame piccante, ci dovrà pur essere, in tutti i paesi è il classico della catena, la prima che si vede sul menu. Ma qui non è così, però la cerco, mi dico che ci dovrà pur essere. Infine, ultima tra le ultime, eccola là citata, con indifferenza.
Questa è l'India che si dirige verso di noi, che perde e ritrova una sua identità nell'adattarsi a ciò che non le appartiene. Lo spirito di questo paese è in piena evoluzione, in piena crescita, e chissà come sarà visitare questi luoghi tra qualche decina di anni. Forse, superati i nodi più difficili, uno su tutti la pulizia delle strade, con l'installazione di impianti fognari per la città, nonché il miglioramento del decoro urbano in generale, per quanto riguarda infrastrutture ed edifici, questo paese non sembrerà poi così lontano e diverso da ciò che conosciamo. Ma gli animali tra gli uomini sono la caratteristica più unica ed interessante, nonostante i problemi che anch'essa possa creare. Spero che in India si continuino sempre ad evitare le vacche in mezzo alla strada.
Di nuovo a Delhi, oggi l'ultimo giorno in questo paese. Ieri ho cominciato ad intuire le emozioni contrastanti che mi darà mettermi in viaggio per tornare a casa, dopo tutto questo. Ma domani capirò ancora meglio cosa significa.
Intanto ripensavo a degli aneddoti che mi sono sfuggiti, parlando soprattutto di animali. Perché qui, nella zona di Gurgaon vicino Delhi non se ne vedono, ma sappiamo ormai quali sono i classici. Vacche madri, cani stanchi, capre vispe, scimmie soffici e piccoli scoiattoli saltellanti su tutti. Ma il gatto? Ecco, ad esempio da queste parti non sembra ben visto e se ne incontrano davvero pochissimi in giro. Qualche giorno fa eravamo sul tuc-tuc, la sera era già calata, e stavamo percorrendo una piccola strada di Varanasi. All'improvviso un gatto rosso, di cui intravedo solo i lineamenti, sfreccia attraversando da un lato all'altro la strada. Il ragazzo indiano alla guida inchioda e si ferma, guardandosi intorno e aspettando che le due biciclette subito dietro di noi attraversassero per prime quel limite immaginario creato dal gatto. Sanjay, che era lì con noi, sorridendo ci spiega che porta sfortuna passare dopo che ha attraversato un gatto. Divertente, dico io, noi abbiamo la stessa tradizione, ma solo con quelli neri. Incredibile come, seppur così lontani, abbiamo un dettaglio del genere quasi in comune.
E poi il topo, anch'esso animale non spesso visibile, ma molto diffuso, un po' come da noi. Ce n'erano parecchi che correvano sulle rotaie del treno alla stazione di Agra, come se ne trova qualcuno in alcuni edifici. Eravamo in un negozio di ninnoli indiani, che vendeva strumenti musicali bellissimi, statuette, persino sedie, gioielli e così via, mentre il venditore si intratteneva in una lunga conversazione con noi, in parte per farci acquistare cose, ma soprattutto perché ne aveva voglia, e si vedeva. Sorrideva spesso, parlava della sua cultura senza quell'aria sognante che spesso abbiamo visto. Così parliamo della religione induista, nella quale crede e che prega quando gli serve qualcosa, come spesso accade. E di Ganesh, il dio con la faccia d'elefante, con una grande pancia, simbolo di prosperità. Il dio che rimuove gli ostacoli, che porta fortuna eccetera. Lui, nelle rappresentazioni, si vede spesso a cavallo di un topo, che è il suo veicolo, dicono. Il negoziante ride, ci dice che nel negozio ce n'è uno, forse due, ma che quindi non può ucciderli. In India non si usano le trappole per ammazzarli, perché essi sono i veicoli di Ganesh, dice con perplessità. Buffo osservare come, in alcune piccole cose, la vita qui sia davvero dipendente dalla religione.
E torniamo alla vacca. Sempre con questo negoziante parliamo delle madri, del perché sono sacre, ossia proprio perché sono madri, ma ci sono anche altre ragioni. Il fatto che alla fine siano portatrici di buona sorte, sostanzialmente. Poi ci fa una rivelazione. Con fare stupito e sottolineando l'importanza di questa notizia, dice che un tempo le vacche producevano molto più latte. Pensate un po', fino a quindici litri al giorno, magari pure venti. Una sola, che oggi invece ne fa tre o quattro. Io dico che dovevano essere proprio grandi quelle vacche, per avere tutto quel latte. No, dice convintissimo, affatto, sono come quelle di adesso. Io qui sono perplessa, ma mi piace vedere anche come la fede in certi dettagli sia forte, anche se non completamente ragionevole.
Ma torniamo dunque a parlare di ieri, giornata che ha avuto il suo inizio molto presto, verso le cinque di mattina, per andare a fare un giro in barca sul Gange all'alba. Tutti non facevano altro che dirci che si trattava dell'esperienza più bella che un turista possa fare a Varanasi, dicendo che non potevamo perdercela, così, davanti a questo, abbiamo detto perché no. Ed effettivamente la vista di quello che abbiamo trovato una volta arrivati al Ghat è stata meravigliosa, era valsa la pena di svegliarsi così presto. Con la piccola barca a remi abbiamo percorso un tratto del fiume verso sud, che avevamo visto anche l'altro giorno, ma molto vicino alla riva dei Ghat, che si susseguivano uno dopo l'altro con i bagnanti in preghiera. L'uomo sulla barca ci dice che questa è l'usanza, la mattina presto venire a farsi il bagno per poi dirigersi nei templi, per pregare ed essere in un certo senso benedetti. La luce era incredibile, come illuminava gli edifici alle mie spalle, mentre di fronte la sfera arancione del sole era salita poco poco, sopra la riva coperta di vegetazione. Il cielo, scuro e nuvoloso, permetteva a quella luce di arrivare solo dritta, orizzontale, mettendo in risalto ogni colore, specialmente sull'acqua. Quell'acqua appariva ancora più magica, con i mille riflessi dal giallo al blu, passando per il rosa, così molto mistico è stato rilasciare un fiore con una candela in quell'acqua, pronunciando il mio nome. Si tratta del rito di buon auspicio e benedizione, per sé e per la propria famiglia, per tutti i cari. Raggiungiamo tornando il Ghat da cui eravamo partiti facendoci sospingere solo dalla corrente e, quando lasciamo questo luogo, mi volto indietro una volta, per cercare di non dimenticare quei colori.
Di nuovo in viaggio, questa volta verso Delhi, ci dirigiamo all'aeroporto di Varanasi, salutando la città lungo la strada. Non posso dimenticare un uomo, a passeggio tra la gente, completamente nudo, con una sciarpa al collo, che camminava tranquillo, forse un po' confuso, mentre la gente intorno a lui non ci faceva più di tanto caso. Mi viene da sorridere e penso che cose così non si vedono dappertutto, intendo vissute con tale serenità. All'aeroporto incappiamo in qualche inconveniente, dato da stranezze del luogo, come l'impossibilità di portare liquidi di nessun genere a bordo. Insomma, nemmeno sotto i cento millilitri in busta di plastica, come si fa in tutto il mondo. Comunque senza nemmeno accorgercene, eravamo poi già tornati a Delhi, così abbiamo raggiunto l'hotel, che questa volta è nei pressi dell'aeroporto per facilitarci nel ritorno. Tornando a Delhi, ho ricordato l'agrodolce sensazione provata nel lasciarla per andare a Jaipur, con l'idea che ciò che ci aveva regalato Delhi forse non era la realtà diffusa davvero in questo paese. C'era una certa incredulità, data dalla novità, dalla mancanza di esperienza con questo mondo. Adesso penso che tornare qui è mettersi anche in pace con questo, perché, se essa è la capitale, è anche perché è il simbolo più rappresentativo del paese dopotutto. Ma questa volta ci troviamo a conoscere il lato più occidentale dell'India, quello di Gurgaon, piccola città con centri commerciali e palazzi che sembrano grattacieli. Così, curiosi di vedere come fosse l'incontro tra ciò a cui siamo abituati e qui, ci siamo diretti all'Ambience Mall, un grandissimo centro commerciale qui vicino, per dare un'occhiata ai negozi e mangiare qualcosa. Per raggiungerlo però percorriamo un passaggio sotterraneo senza luci, con motociclette che ci sfrecciano ad un passo, finché non usciamo e continuiamo all'esterno. Dobbiamo camminare sul ciglio dell'autostrada, come ho visto fare tante volte agli indiani, chiedendomi perché mai facessero qualcosa del genere. Ora che lo faccio anche io, capisco che a volte è l'unico modo per raggiungere la destinazione, perché non esiste un percorso per i pedoni. Così, dopo circa tre chilometri, entriamo in questo luogo del tutto familiare, pieno di negozi che già conosciamo, di marche vendute in tutto il mondo. Con la particolarità che probabilmente la merce viene prodotta proprio qui. Comunque ci sono anche negozi indiani, anche di alta moda, e sembrano davvero belli. Un piano è solo di ristoranti, così c'è Mc Donald's, che persino qui ha trovato il modo di attecchire, nonostante non mangino né manzo né maiale e la maggior parte della popolazione è vegetariana. Sì, perché si sono inventati, solo per questo paese, il Mc Egg, che sembra molto consumato dai locali. Poi entriamo da Pizza Hut, perché no, e farci una pizza. Solo che io voglio la Pepperoni Pizza, ossia quella col salame piccante, ci dovrà pur essere, in tutti i paesi è il classico della catena, la prima che si vede sul menu. Ma qui non è così, però la cerco, mi dico che ci dovrà pur essere. Infine, ultima tra le ultime, eccola là citata, con indifferenza.
Questa è l'India che si dirige verso di noi, che perde e ritrova una sua identità nell'adattarsi a ciò che non le appartiene. Lo spirito di questo paese è in piena evoluzione, in piena crescita, e chissà come sarà visitare questi luoghi tra qualche decina di anni. Forse, superati i nodi più difficili, uno su tutti la pulizia delle strade, con l'installazione di impianti fognari per la città, nonché il miglioramento del decoro urbano in generale, per quanto riguarda infrastrutture ed edifici, questo paese non sembrerà poi così lontano e diverso da ciò che conosciamo. Ma gli animali tra gli uomini sono la caratteristica più unica ed interessante, nonostante i problemi che anch'essa possa creare. Spero che in India si continuino sempre ad evitare le vacche in mezzo alla strada.
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