domenica 26 agosto 2012

Giorno 15 e 16.

Arriviamo al capitolo conclusivo, postato qui una volta tornata a casa, impossibilitata a farlo prima a causa della persistente mancanza di connessione.
L'ultimo giorno in India è giunto al termine. Strano da dire adesso, dopo queste due settimane, siamo arrivati al punto che da domani mattina al risveglio ogni cosa tornerà alla normalità, alla quotidianità che conosciamo, alla vita e alla cultura che ci appartiene. Quanto ci vuole ad abituarsi a qualcosa, ad un luogo, ad un modo di vivere? Quanto ci vuole per creare quelle tanto amate abitudini dalle quali facciamo fatica a staccarci? Non so se quindici giorni sono bastati, ma d'altra parte sto cominciando a pensare agli impegni che mi attendono. Questo dovrebbe aiutarmi, o almeno l'ha fatto in passato.
L'ultima giornata in India è stata all'insegna della spensieratezza, così potrei dire. Abbiamo trascorso qualche ora in un luogo chiamato Kingdom of Dreams,il Regno dei Sogni, le cui fattezze richiamano effettivamente il nome. Si tratta di una sorta di parco a tema, ma non è propriamente esatto, poiché è piuttosto un grande edificio, comprendente un grande teatro e uno spazio interno con una volta a cielo dove si trovano ristoranti e qualche negozietto, tutto rigorosamente indiano. Un luogo di tradizione, nel cibo, nell'architettura, nei prodotti in vendita, negli spettacoli. Abbiamo assistito ad uno di questi, chiamato Zangoora, un musical tutto in lingua hindi, ma perfettamente comprensibile. La storia di questo giovane, il principe gitano, strappato dal suo diritto alla discendenza di maraja e finito a vivere tra i gitani, che alla fine riesce a riprendersi il trono, nonché la bella dama. E' stato divertente vedere come le storie siano sempre simili, e come la tradizione indiana in questo luogo si fonda con la scenografia tipica americana. Nel senso del fare le cose in grande stile, usando molte volte i fili per mettere in sospensione gli attori e farli volare per il teatro. 
Poi un ultimo tempio, il Chattapur Mandir, che fa parte di un complesso molto grande, comprendente qualcosa come quattro o cinque templi. Ne abbiamo visitato solo uno, perché in fondo questo luogo era speciale per qualcosa di cui mi sono sentita soddisfatta: la sensazione di poter salutare un panorama meraviglioso di cupole e giardini mistici, al calar della sera mentre le luci esterne si accendevano. Ed ecco come, tra le palme, statue d'elefanti, il blu del cielo che si intensifica accanto agli edifici illuminati, ho sentito di salutare la parte di quest'India che porterò con me sempre, quella della continua sorpresa e, tra le difficoltà, l'assoluta meraviglia di spettacoli del genere. 
Oggi abbiamo lasciato questo paese di cui ho avuto occasione di conoscere una parte, silenziosamente, di mattina presto. Un volo intercontinentale strapieno ci ha portati via, con molte ore di viaggio abbastanza stancanti. A casa finalmente trovo il cibo che amo, ma molte altre cose di cui ho sentito la mancanza. E penso a cosa non mi mancherà: quegli odori, sorprendentemente difficili da sopportare, sopra ogni cosa. Penso all'idea di igiene e pulizia a cui sono abituata, a come ogni cosa più banale che diamo per scontato spesso ci caratterizza più di ciò che pensiamo. E lontano da qui qualcun'altro vive in una realtà del tutto differente, a volte nella bambagia, altre nella miseria. E penso a come siamo portati noi a pensare a volte che tutto ci sia dovuto, senza forse apprezzarne a sufficienza la fortuna, come si pensa in culture come quella induista. Possiamo chiamarla fortuna, fato, essere il frutto di qualcosa che ci ha preceduti, che conduce verso qualcos'altro di molto più grande, la perfezione, dalle mille forme e dalle mille religioni. Io mi ritrovo ancor più vicina ad un principio, quello di approfittare di ciò che la natura o chi per essa mi abbia donato, per potermi sentire fiera. Di me.
Questo è stato un viaggio che porterò con me, che resterà forte anche nel legame con colui che l'ha condiviso con me. 
E domattina mi sentirò prima triste, poi mi rimboccherò le maniche e mi darò da fare per ciò che devo, proseguendo nella mia vita. Arriveranno altri viaggi ed altri mondi da scoprire, perché questa è la parte più bella del viaggio, ciò di cui sentirò la mancanza più forte: lasciarsi coinvolgere per conoscere ciò che ci è ignoto, e per questo non basterà mai tutto il tempo del mondo.

sabato 25 agosto 2012

Giorno 14.

Ancora una volta impossibilitata dalla connessione internet inesistente, questo giorno arriva la mattina dopo.
Di nuovo a Delhi, oggi l'ultimo giorno in questo paese. Ieri ho cominciato ad intuire le emozioni contrastanti che mi darà mettermi in viaggio per tornare a casa, dopo tutto questo. Ma domani capirò ancora meglio cosa significa.
Intanto ripensavo a degli aneddoti che mi sono sfuggiti, parlando soprattutto di animali. Perché qui, nella zona di Gurgaon vicino Delhi non se ne vedono, ma sappiamo ormai quali sono i classici. Vacche madri, cani stanchi, capre vispe, scimmie soffici  e piccoli scoiattoli saltellanti su tutti. Ma il gatto? Ecco, ad esempio da queste parti non sembra ben visto e se ne incontrano davvero pochissimi in giro. Qualche giorno fa eravamo sul tuc-tuc, la sera era già calata, e stavamo percorrendo una piccola strada di Varanasi. All'improvviso un gatto rosso, di cui intravedo solo i lineamenti, sfreccia attraversando da un lato all'altro la strada. Il ragazzo indiano alla guida inchioda e si ferma, guardandosi intorno e aspettando che le due biciclette subito dietro di noi attraversassero per prime quel limite immaginario creato dal gatto. Sanjay, che era lì con noi, sorridendo ci spiega che porta sfortuna passare dopo che ha attraversato un gatto. Divertente, dico io, noi abbiamo la stessa tradizione, ma solo con quelli neri. Incredibile come, seppur così lontani, abbiamo un dettaglio del genere quasi in comune.
E poi il topo, anch'esso animale non spesso visibile, ma molto diffuso, un po' come da noi. Ce n'erano parecchi che correvano sulle rotaie del treno alla stazione di Agra, come se ne trova qualcuno in alcuni edifici. Eravamo in un negozio di ninnoli indiani, che vendeva strumenti musicali bellissimi, statuette, persino sedie, gioielli e così via, mentre il venditore si intratteneva in una lunga conversazione con noi, in parte per farci acquistare cose, ma soprattutto perché ne aveva voglia, e si vedeva. Sorrideva spesso, parlava della sua cultura senza quell'aria sognante che spesso abbiamo visto. Così parliamo della religione induista, nella quale crede e che prega quando gli serve qualcosa, come spesso accade. E di Ganesh, il dio con la faccia d'elefante, con una grande pancia, simbolo di prosperità. Il dio che rimuove gli ostacoli, che porta fortuna eccetera. Lui, nelle rappresentazioni, si vede spesso a cavallo di un topo, che è il suo veicolo, dicono. Il negoziante ride, ci dice che nel negozio ce n'è uno, forse due, ma che quindi non può ucciderli. In India non si usano le trappole per ammazzarli, perché essi sono i veicoli di Ganesh, dice con perplessità. Buffo osservare come, in alcune piccole cose, la vita qui sia davvero dipendente dalla religione.
E torniamo alla vacca. Sempre con questo negoziante parliamo delle madri, del perché sono sacre, ossia proprio perché sono madri, ma ci sono anche altre ragioni. Il fatto che alla fine siano portatrici di buona sorte, sostanzialmente. Poi ci fa una rivelazione. Con fare stupito e sottolineando l'importanza di questa notizia, dice che un tempo le vacche producevano molto più latte. Pensate un po', fino a quindici litri al giorno, magari pure venti. Una sola, che oggi invece ne fa tre o quattro. Io dico che dovevano essere proprio grandi quelle vacche, per avere tutto quel latte. No, dice convintissimo, affatto, sono come quelle di adesso. Io qui sono perplessa, ma mi piace vedere anche come la fede in certi dettagli sia forte, anche se non completamente ragionevole.
Ma torniamo dunque a parlare di ieri, giornata che ha avuto il suo inizio molto presto, verso le cinque di mattina, per andare a fare un giro in barca sul Gange all'alba. Tutti non facevano altro che dirci che si trattava dell'esperienza più bella che un turista possa fare a Varanasi, dicendo che non potevamo perdercela, così, davanti a questo, abbiamo detto perché no. Ed effettivamente la vista di quello che abbiamo trovato una volta arrivati al Ghat è stata meravigliosa, era valsa la pena di svegliarsi così presto. Con la piccola barca a remi abbiamo percorso un tratto del fiume verso sud, che avevamo visto anche l'altro giorno, ma molto vicino alla riva dei Ghat, che si susseguivano uno dopo l'altro con i bagnanti in preghiera. L'uomo sulla barca ci dice che questa è l'usanza, la mattina presto venire a farsi il bagno per poi dirigersi nei templi, per pregare ed essere in un certo senso benedetti. La luce era incredibile, come illuminava gli edifici alle mie spalle, mentre di fronte la sfera arancione del sole era salita poco poco, sopra la riva coperta di vegetazione. Il cielo, scuro e nuvoloso, permetteva a quella luce di arrivare solo dritta, orizzontale, mettendo in risalto ogni colore, specialmente sull'acqua. Quell'acqua appariva ancora più magica, con i mille riflessi dal giallo al blu, passando per il rosa, così molto mistico è stato rilasciare un fiore con una candela in quell'acqua, pronunciando il mio nome. Si tratta del rito di buon auspicio e benedizione, per sé e per la propria famiglia, per tutti i cari. Raggiungiamo tornando il Ghat da cui eravamo partiti facendoci sospingere solo dalla corrente e, quando lasciamo questo luogo, mi volto indietro una volta, per cercare di non dimenticare quei colori.
Di nuovo in viaggio, questa volta verso Delhi, ci dirigiamo all'aeroporto di Varanasi, salutando la città lungo la strada. Non posso dimenticare un uomo, a passeggio tra la gente, completamente nudo, con una sciarpa al collo, che camminava tranquillo, forse un po' confuso, mentre la gente intorno a lui non ci faceva più di tanto caso. Mi viene da sorridere e penso che cose così non si vedono dappertutto, intendo vissute con tale serenità. All'aeroporto incappiamo in qualche inconveniente, dato da stranezze del luogo, come l'impossibilità di portare liquidi di nessun genere a bordo. Insomma, nemmeno sotto i cento millilitri in busta di plastica, come si fa in tutto il mondo. Comunque senza nemmeno accorgercene, eravamo poi già tornati a Delhi, così abbiamo raggiunto l'hotel, che questa volta è nei pressi dell'aeroporto per facilitarci nel ritorno. Tornando a Delhi, ho ricordato l'agrodolce sensazione provata nel lasciarla per andare a Jaipur, con l'idea che ciò che ci aveva regalato Delhi forse non era la realtà diffusa davvero in questo paese. C'era una certa incredulità, data dalla novità, dalla mancanza di esperienza con questo mondo. Adesso penso che tornare qui è mettersi anche in pace con questo, perché, se essa è la capitale, è anche perché è il simbolo più rappresentativo del paese dopotutto. Ma questa volta ci troviamo a conoscere il lato più occidentale dell'India, quello di Gurgaon, piccola città con centri commerciali e palazzi che sembrano grattacieli. Così, curiosi di vedere come fosse l'incontro tra ciò a cui siamo abituati e qui, ci siamo diretti all'Ambience Mall, un grandissimo centro commerciale qui vicino, per dare un'occhiata ai negozi e mangiare qualcosa. Per raggiungerlo però percorriamo un passaggio sotterraneo senza luci, con motociclette che ci sfrecciano ad un passo, finché non usciamo e continuiamo all'esterno. Dobbiamo camminare sul ciglio dell'autostrada, come ho visto fare tante volte agli indiani, chiedendomi perché mai facessero qualcosa del genere. Ora che lo faccio anche io, capisco che a volte è l'unico modo per raggiungere la destinazione, perché non esiste un percorso per i pedoni. Così, dopo circa tre chilometri, entriamo in questo luogo del tutto familiare, pieno di negozi che già conosciamo, di marche vendute in tutto il mondo. Con la particolarità che probabilmente la merce viene prodotta proprio qui. Comunque ci sono anche negozi indiani, anche di alta moda, e sembrano davvero belli. Un piano è solo di ristoranti, così c'è Mc Donald's, che persino qui ha trovato il modo di attecchire, nonostante non mangino né manzo né maiale e la maggior parte della popolazione è vegetariana. Sì, perché si sono inventati, solo per questo paese, il Mc Egg, che sembra molto consumato dai locali. Poi entriamo da Pizza Hut, perché no, e farci una pizza. Solo che io voglio la Pepperoni Pizza, ossia quella col salame piccante, ci dovrà pur essere, in tutti i paesi è il classico della catena, la prima che si vede sul menu. Ma qui non è così, però la cerco, mi dico che ci dovrà pur essere. Infine, ultima tra le ultime, eccola là citata, con indifferenza.
Questa è l'India che si dirige verso di noi, che perde e ritrova una sua identità nell'adattarsi a ciò che non le appartiene. Lo spirito di questo paese è in piena evoluzione, in piena crescita, e chissà come sarà visitare questi luoghi tra qualche decina di anni. Forse, superati i nodi più difficili, uno su tutti la pulizia delle strade, con l'installazione di impianti fognari per la città, nonché il miglioramento del decoro urbano in generale, per quanto riguarda infrastrutture ed edifici, questo paese non sembrerà poi così lontano e diverso da ciò che conosciamo. Ma gli animali tra gli uomini sono la caratteristica più unica ed interessante, nonostante i problemi che anch'essa possa creare. Spero che in India si continuino sempre ad evitare le vacche in mezzo alla strada.

giovedì 23 agosto 2012

Giorno 13.

Ultimo intero giorno a Varanasi, quello che si sta per concludere. Domani mattina partiremo nuovamente alla volta di Delhi, la prima ed ultima località prima di tornare a casa. Ma ancora non abbiamo finito con questa città. Ma iniziamo da questa mattina.
Il nostro amico ci aspettava puntuale, così ci siamo incontrati ed abbiamo pianificato insieme la giornata. Questa è stata piena, e dico davvero piena, di templi: tre la mattina e due nel pomeriggio. 
Ci siamo diretti verso la parte sud della città, visitando un primo tempio induista, meno interessante dei due a seguire. Infatti il secondo, Durga Temple, è conosciuto anche come il Tempio delle scimmie, in cui la mia speranza di trovare molte di loro è stata soddisfatta. Si accede per un metal detector, come al solito, e bisogna lasciare le borse, come spesso accade. Così si percorre un vialetto tra gli alberi in cui decine di scimmie dal pelo soffice e prese dalle più diverse attività circondano i passanti incuriositi: alcune si spulciano a vicenda, altre osservando le persone allattano i piccoli, alcune giocano tra di loro come in una lotta senza sconfitti, molte si arrampicano sugli alberi o sulle reti. Infatti questo sentiero è circondato da una rete sgangherata, che spesso si apre completamente o si ripiega su se stessa, mentre sia all'interno che all'esterno di essa vi è una certa quantità di spazzatura. Ho pensato che peccato, potrebbe essere davvero molto più suggestivo questo luogo se non fosse per la mancanza di cura di questi spazi. Raggiungiamo il tempio e vi passeggiamo dentro ed intorno lasciando fuori le scarpe. Penso di aver tolto e rimesso le scarpe oggi qualcosa come dieci volte.
Il terzo tempio, lo Shree Vishwanath Mandir, risulta interessante, soprattutto nel tragitto per raggiungerlo. Passiamo con il tuc-tuc all'interno della città universitaria di Varanasi, dalla quale non mi aspettavo una tale vastità: si tratta dell'università induista. Comparivano a destra e a sinistra una dopo l'altra tutte le facoltà, da legge, a chimica, a biologia molecolare, ad agraria, in grandi edifici in stile coloniale, tutti un po' simili tra loro. Tra di essi, lungo le strade curve, molto verde ed alberi si susseguivano, creando vaste aree a parco per gli studenti, mentre ogni tanto era possibile vedere una casa di un professore. A quanto pare abitano proprio lì, quando si dice casa e bottega. Mi sono meravigliata della pulizia, del decoro e dell'assortimento di servizi a disposizione dell'università, come ad esempio numerosi campi sportivi. In un posto del genere è sufficiente possedere una bicicletta, ed ecco che viene semplice percorrere le distanze tra studentato, aulee universitarie e luoghi per passare il tempo. Quando ci si mettono ci sanno fare, viene da pensare.
Il pomeriggio è invece all'insegna di templi buddisti, ma per arrivarci è necessario un po' più di tempo. Dobbiamo infatti dirigerci presso un villaggio a nord di Varanasi, Sarnath, presso cui la religione più diffusa è proprio il buddismo: vi si dirigono molti fedeli in pellegrinaggio, poiché in questo villaggio, in particolare presso una grande struttura chiamata Dhamekh Stupa, il Buddha ha fatto il suo primo sermone. Perciò è un luogo molto importante, così ci siamo fatti trasportare da quest'altro lato della spiritualità indiana. Percepisco una maggiore affinità con questo tipo di religione, piuttosto che con l'induismo, benché il secondo sia sempre molto affascinante con tutte le storie che ha su divinità, loro incarnazioni, animali sacri e così via. Dunque visitiamo il moderno tempio Mulgandha Kuti Vihar, non lontano dal quale vi sono delle pietre rosse su cui si può camminare solo a piedi scalzi e dove si celebra quel primo discorso del Buddha. Nei templi svettano queste grandi statue dorate, come anche presso alcuni giardini, come quello del Tempio thailandese. Ma in quest'utlimo vi si trova anche un'altissima statua in pietra, gigantesca.
Ho notato quanto rari siano i turisti occidentali da queste parti. E come questo spesso accende la curiosità da parte di questi indiani nei nostri confronti. Oggi, oltre alla parte spirituale di templi visitati, ho da riportare la sensazione di attrarre un po' troppa attenzione per i miei gusti. Ad esempio, come noi facciamo foto a loro, anche loro vogliono farne a noi. Mentre il tuc-tuc controllava ad un gommista la pressione delle tre ruote dopo una strada lunga e battuta con pietre puntute che spuntavano ovunque, un gruppo di uomini continuava a fissarci, soprattutto me. Poi un ragazzo, avrà avuto scarsi vent'anni, si avvicina con il cellulare in mano per farmi una foto, senza alcun problema, senza chiedere niente. Io, vedendo questo, decido di stare al gioco, così sorrido.
Un po' mi manca sentirmi, come dire, nel mio branco. Ma so che d'altra parte un viaggio come questo non crea suggestioni e cambiamenti solo a me, perché con me porto in questo luogo lontano un po' del posto da cui provengo. E ne sono fiera.

mercoledì 22 agosto 2012

Giorno 12.

Sembrerà forse un po' strano, ma oggi è stato un giorno di scoperta di un'India molto più bella del solito. Come un risveglio, tra le acque di questo sacro fiume e questa città, in cui si respira, oltre ai soliti discutibili odori, anche un senso di mistico e poetico, che oltrepassa il comune modo di vivere che ho osservato in questo paese. Certo, la religione qui è sempre pronta a manifestarsi in qualsiasi modo, nelle persone, negli edifici, alla vista degli animali per la strada come le madri, ma a Varanasi mi sembra che l'aria sia più densa di devozione da parte dei suoi abitanti.
La mattinata, iniziata con molta rilassatezza, ci ha portati ad incontrare un altro omino, Sanjay, il quale ci ha preso per così dire sotto la sua ala, mentre noi l'abbiamo accolto nel nostro portafogli. Ma devo dire che ne è valsa la pena, perché con la sua compagnia ed i suoi consigli, nonché con il suo trasportarci da un luogo all'altro, ci ha fatto scoprire diversi posti davvero interessanti di questa città. Prima di tutto abbiamo raggiunto uno dei ghat, ossia dei punti di discesa al fiume, presso i quali si recano le persone a lavarsi, o pregare, o lavare i panni e così via. Qui, dopo un'abbastanza lunga contrattazione, abbiamo preso una vecchia barca di legno a motore per dirigerci prima verso sud, al Ramnagar Fort, poi un pochino a nord fino alla moschea Alamgir. Una volta saliti su questa imbarcazione, ci ritroviamo a navigare sulle acque del Gange, che qui chiamano Ganga, per un discreto tempo, che mi ha permesso di osservare moltissimi particolari che mi hanno fatto apprezzare questa città, in modo diverso e forse più delle altre che abbiamo avuto occasione di visitare. L'acqua, seppur densa ed affatto trasparente, accoglieva presso i ghat numerosissime persone intente a lavarsi, ma non solo. Ragazzini si tuffavano e si schizzavano, persone adulte muovevano le mani circolarmente spostando l'acqua con un movimento continuo e concentrato, anziani si lavavano con grande naturalezza e noncuranza, lasciando trasparire come ormai siano abituati a farlo da una vita intera, essendone sopravvissuti. Mentre la barca si allontanava dalla riva da cui eravamo partiti e raggiungeva quasi il centro del fiume, una strana sensazione di avvolgimento è calata, nella consapevolezza che quell'acqua scura e pesante si trovava tutt'intorno a noi. Era bella quell'acqua a modo suo, pur non riflettendo il sole. Laddove non la si guardava in controluce, appariva a tal punto plumbea da sembrare incredibilmente densa.
Dall'altro lato del fiume cominciano a susseguirsi chiazze di verde, alberi ed arbusti, nonché animali. Ovviamente le vacche madri. Queste non passeggiavano lungo il fiume, bensì si facevano il bagno in esso, piene di soddisfazione per il beneficio che ne percepiscono. E intanto i loro mandriani le osservano fuori dall'acqua. Presto, dopo un ponte in costruzione, ecco comparire le terrazze e le guglie del forte, arroccato su di un'altura non troppo elevata, così, assieme al nostro nuovo amico, ci avviamo a raggiungerlo.
Il Ramnagar è, come molti altri luoghi riportati in questa cronaca, uno di quei bellissimi edifici trascurati, questa è di certo la prima impressione. Girando all'interno, nelle stanze del museo, non vi sono oggetti particolarmente interessanti o comunque non valorizzati, mentre gli esterni hanno intonaci rovinati. Eppure sin dall'esterno questo edificio mi ha dato l'impressione di essere più di questo: la varietà dello stile, la ricchezza con cui esternamente si affaccia sul fiume, ha un guizzo di una certa originalità che mi viene difficile descrivere. L'interno è semplice, con un grande cortile centrale, mentre un percorso al secondo livello conduce finalmente all'esterno, su quelle terrazze che avevamo visto dalla barca. Ecco finalmente, capisco il perché di questa sensazione differente: solo qui si trovano due templi, proprio a sottolineare la suggestione della vista sul fiume sacro, che scorre tacito sotto di noi, affacciandoci giù. L'atmosfera si è incupita già da un po', con il cielo scuro e la minaccia di pioggia, ma ormai questo non importa più in questo viaggio, abbiamo capito che si sopporta, si gira comunque anche con la pioggerellina monsonica.
Usciti dal forte, mentre ci avviamo a riprendere la nostra barca, Sanjay ci dice che l'omino in quello stand accanto a noi, proprio lui, fa dei lassi speciali. Per capirci, il lassi è una specie di yogurth denso e dolce, che a Varanasi va per la maggiore. Sanjay dice che questo è il lassi più buono di tutta la città, secondo lui, così ci suggerisce di assaggiarlo. Il mio compagno preferisce di no, io dico ok, tanto più male di come sono stata è difficile poter stare. Mi rallegra molto vedere che anche Sanjay ne prende uno con me e resto sorpresa nel vedere che, mentre io ancora devo finirne metà, lui ne ha già ordinato un secondo e ha finito anche quello. Dice che si beve tutto insieme, che è una bevanda, ma per me è troppo dolce, devo andarci piano. Poi, guardandomi intorno, vedo una tavolata nella stanza accanto in cui l'omino serve i suoi lassi: ognuno ha almeno una coppetta, ma diversi ragazzi, tra cui anche molto giovani, hanno tra le mani delle caraffe di latta piene di quella dolcezza liquida, come a non averne mai abbastanza. Io ringrazio soddisfatta, ma capisco che per loro è come un'abitudine, qualcosa di cui davvero non possono fare a meno.
Aspettiamo qualche minuto vicino alla riva sotto una tettoia, con un gruppo di indiani che già si trovava lì, aspettando che diminuisca la pioggia per poter salpare nuovamente. Sono gentili e ci fanno posto, mentre il nostro amico parla con tutti e scambia battute con chicchessia. Ci rendiamo conto che lui, come si dice a Roma, se la comanda molto da queste parti, conoscendo tutti o sapendosi far conoscere molto in fretta e con naturalezza.
La pioggia continua a scendere, ma più dolcemente, così ci rimettiamo in movimento sul Gange, alla volta della moschea. Veniamo a conoscenza di come, presso questo fiume, non si facciano il bagno solo gli induisti, bensì anche i musulmani, con la differenza che i primi pregano durante il bagno. In questa città la religione hindu e l'islam sono distribuiti in maniera quasi del tutto paritaria, ci dicono. Ma tendono anche a sottolineare, sia hindu che musulmani, che vanno molto d'accordo fra loro. Infatti il nostro accompagnatore hindu non solo ci conduce alla moschea, bensì vi entra con noi. Con serenità chiacchiera con l'omino che ci accoglie e non ci stupiamo nel vedere che entrambi ci spingono a lasciare almeno una decina di rupie nella scatola delle offerte. Ecco, come dicevamo, vanno molto d'accordo.
Percorriamo scalzi la moschea, effettivamente bella, con pareti azzurre e volte scolpite con dettagli a fiori, molto aggraziati. Poi, poco più in là, ecco che anch'essa si affaccia direttamente sul fiume, protagonista indiscusso di ogni attività, di ogni luogo, di ogni individuo che abita questa città. Sembra accompagnare la nostra visita, senza lasciarci mai.
Scendiamo nuovamente verso l'imbarcazione, percorrendo numerosi gradini assai ripidi, lungo i quali si trovano cani appisolati e passeggiano come al solito capre, qui molto diffuse. Il nostro Sanjay, anziché avvicinarsi e fare due carezze al cane, si avvicina alla capra e se la abbraccia. Eccolo lì, questo indiano di una quarantina d'anni, un po' rotondo e dall'aria simpatica, che usa parole tenere che non possiamo capire con questa capretta nera, che tranquilla si fa coccolare da questo sconosciuto. Infine, salendo sulla barca, una madre nell'acqua lì accanto: se la godeva moltissimo, rigirandosi da un fianco all'altro ed adagiandosi sul basso fondale. Ci dirigiamo al punto d'inizio di questa piccola crociera sul Gange e penso che questa città ha davvero qualcosa di speciale, di diverso dalle altre. I disparati colori degli edifici che si affacciano sul fiume, con i loro decori, regalano un'atmosfera di bellezza intrinseca, segnando livelli di abitazioni e di templi su quella riva, presso quei ghat, rivelando il susseguirsi delle vite che ne hanno permesso la realizzazione nella sua complessità. Le pire funerarie sono moltissime, concentrate soprattutto presso due luoghi di cremazione, e fanno pensare a come quelle vite, una dopo l'altra, finiscano inevitabilmente per diventare parte stessa della città e dell'acqua sacra di questo fiume, che le ospita per l'eternità.
Non posso dimenticare di includere la visita a due negozi, altrettanto piacevoli. Il primo di stoffe coloratissime e meravigliose, in cui ci hanno fatto sedere a terra su un materassino e molti cuscini, srotolando una dopo l'altra queste sete colorate sulle nostre gambe. E poi l'artigiano, che ci ha mostrato il suo magazzino con moltissime statuette in pietra e in legno, in particolare anche quello di sandalo. Il profumo è avvolgente, la povere dei piccoli oggetti intarsiati e lavorati resta sui polpastrelli, come una patina liscia. In questo spostarsi tra piccolissimi, microscopici vicoletti, incontriamo molti adulti che ci guardano interessati ma con una certa discrezione, seppur curiosi della nostra presenza lì, essendo gli unici bianchi in circolazione. I bambini sembrano ancor più interessati: due bambine dai sari colorati mi si avvicinano e mi salutano gesticolando, poi mi toccano il braccio per prendermi la mano. Vogliono stringermela, per salutarmi, come fanno le persone grandi, e io ricambio sorridendo, molto volentieri. Un bambino ondeggia su di un'altalena fissata alla porta d'ingresso di una casa, che è piuttosto un arco. Eccolo comparire e scomparire davanti e dietro di noi sorridente, mentre noi lo salutiamo. Ed una bambina dallo sguardo dolce, con i capelli molto scuri e corti, seduta accanto a me presso l'artigiano delle statuette, che mi osserva mentre contratto il prezzo: mi giro e le sorrido, lei fa lo stesso, poi le faccio la linguaccia, lei ride. Il nostro amico le chiede se capisce l'inglese, lei risponde di no. Ma in fondo non serve, non è importante. Ci siamo capite.
Questa giornata mi ha permesso di riabbracciare questa esperienza, di riconciliarmi con questo paese nel modo migliore.


Giorno 10 e 11.

Due giorni insieme questa volta, per questioni tecniche in ritardo. Le ultime due sere la rete internet era qualcosa di impossibile. Soprattutto la prima sera, dato che l'abbiamo passata in una cuccetta fino alla mattina successiva, per raggiungere infine Varanasi in un treno della speranza, in cui la seconda classe per noi sarebbe l'ultima delle ultime, mentre qui quella è la sleeper. Non so bene perché sia chiamata così, perché dubito che le persone che vi siano all'interno possano dormire, dato che è completamente presa d'assalto, gremita di persone in maniera incredibile. Comunque sia ora siamo a Varanasi, pronti a scoprire cosa questa città abbia da mostrare, essendo la città del Gange, dei rituali presso di esso e così via.
Ma prima un breve excursus degli ultimi due giorni. L'altro ieri notte non ho chiuso occhio, perché, ebbene sì, è toccato a me. Ho beccato una ricchissima infezione intestinale e, senza entrare in orribili dettagli, non ho dormito più di cinque minuti. Così quello che sarebbe stato l'ultimo giorno ad Agra l'abbiamo passato in albergo, perché non riuscivo a stare in piedi, seduta mi sentivo strana, dunque potevo stare solo stesa ed in più con tanto bisogno di dormire. Sono stata però trattata con enorme gentilezza da parte del proprietario dell'albergo, che mi ha offerto la stanza quel giorno per riposare, nonché dato consigli paterni sulla salute. Anche la ragazza acida della reception si è mostrata improvvisamente attenta e garbata, vedendomi così sconvolta. Era dispiaciuta per me. Così sono rimasta a vegetare per quelle ore, in parte dormendo, in parte venendo visitata da un medico indiano molto professionale, che mi ha prescritto un bel po' di medicine e mi ha rincuorata. Diciamocelo, il terrore puro era che si potesse trattare di colera, ma ovviamente non era così. Sta di fatto che mi sono sentita un po' meglio in serata, così abbiamo potuto prendere e non perdere il treno che avevamo prenotato, la cuccetta di seconda classe per venire qui. In fondo non è stato malissimo, le ore non sono passate poi così lentamente come credevo, se non fosse che siamo arrivati con più di un'ora di ritardo a destinazione.
Finalmente alla stazione di Varanasi prendiamo un taxi e raggiungiamo l'hotel assolutamente occidentale in cui ci troviamo. Ci è sembrato così strano e confortante, al tempo stesso. Dopo la mia malattia e il viaggio notturno in treno, diciamolo, non avevamo la forza di fare altro che dormire beatamente un po' di ore in un letto comodo e pulito, così ci siamo concessi la giornata per riprenderci. Adesso siamo pronti a riaffrontare questa India, non senza qualche piccolo trauma. Devo dire che ho una certa difficoltà con gli odori, sia i cattivi odori che quelli del cibo. Mi riportano a tre notti fa e sento di non potercela fare. Continuavo a pensare, mentre stavo male, a come per queste persone sia normale incappare in problemi come questi, e probabilmente a come su di me risulti ben peggiore non essendovi abituata. Inoltre pensavo a quello che potevo perdermi, sprecando il tempo stando male, invece di approfittare dell'essere qui adesso, del poter vedere i luoghi di questo paese così lontano da dove vivo.
D'altra parte il fisico e la mente hanno il loro tempo per riprendersi e, nel mio caso, mi hanno chiaramente fatto capire che non mi stavo regolando. Adesso, forte di aver (spero) smaltito o comunque superato il peggio, ci avviamo.
Stasera parlerò di questa giornata, se la connessione mi assisterà.

domenica 19 agosto 2012

Giorno 9.

Dopo le note un po' amare di ieri, oggi lo spirito è completamente diverso. Perché ci siamo presi la giornata con più calma. E soprattutto perché ho visto il Taj Mahal.
Questa è stata la principale attività della giornata e l'unica visita, anche perché la città di Agra, a parte il Taj, non ha molto altro da riservare. Così con molta calma, dopo una ricchissima colazione, verso
mezzogiorno abbiamo preso il mitico tuc-tuc che con sole ottanta rupie ci ha portati all'ingresso orientale. Ormai devo dire che mi sono abituata a questi strani mezzi di trasporto, questi piccoli taxi, senza finestrini e specchietti, perché sono sempre e comunque delle ape-car della Piaggio. Hanno qualcosa di divertente, di caratteristico soprattutto, con tutte le decorazioni che ogni guidatore decide di applicarvi. Oggi osservavo come uno di questi avesse, accanto al manubrio, piccole icone hindu come Ganesh, molto diffuso tra i guidatori, nonché la svastica tipica dell'induismo. 
Arrivando all'ingresso, bisogna percorrere una strada di circa mezzo chilometro per raggiungere l'area in cui si trova il ticket office, al quale ci siamo avvicinati con cautela per capire come funzionava, e da lì abbiamo scoperto quanto fosse facile. Intendo per noi turisti, perché al Taj, come in altri luoghi che abbiamo visitato, gli indiani hanno delle file distinte dagli stranieri, i quali ovviamente pagano di più,
almeno il doppio. Ma il doppio vale la pena, specialmente in questo caso, perché non abbiamo fatto alcuna fila, mentre gli indiani componevano file lunghissime in attesa di prendere il biglietto, poi di entrare passando attraverso il metal detector e controlli delle borse, ed anche per entrare nel mausoleo centrale. Noi abbiamo camminato senza interruzioni, tranquillamente raggiungendo la piazza centrale a cui si accede dai tre accessi, orientale, occidentale e sud. Verso nord si trova lui, nella sua impassibile magnificenza.
Raggiungendo il centro di questa piazza, il portale nord di arenaria rosso fuoco si stagliava verso il cielo, mentre l'arco di accesso al giardino quadrangolare si ritaglia un relativamente piccolo spazio nel mezzo. Vediamo affollarsi in quella direzione decine e decine di persone, così ci avviciniamo. Ed ecco che dall'arco del portale comincio ad intravedere il suo bianco inconfondibile e un brivido mi percorre la schiena. Un'emozione incredibile varcare quella porta, una sensazione di indescrivibile potenza e meraviglia nell'ammirare finalmente con i miei occhi, dal vivo, questo splendore immenso.
Un bianco accecante, ma estremamente delicato nelle sue forme, accarezzando il cielo che gli fa da sfondo. Il celeste incupito a stralci da nuvole scure delinea i contorni del Taj, che risplende, davvero. Il giardino di fronte è gremito di persone, come tutto intorno a noi, ma non importa, come non importa il caldo asfissiante e le gocce di sudore che continuano a scendere senza sosta. La vista è troppo bella.
Ci incamminiamo verso di lui e comincio ad osservarne i dettagli, il segno delle grandi pietre che compongono la cupola, i disegni arabeggianti e le decorazioni floreali, che da lontano sembravano non esistere, inglobate in quel candore. Saliamo sul basamento rialzato che dà accesso al mausoleo, al vero e proprio edificio, con sacchetti intorno alle scarpe perché questo è un luogo sacro, per lo più musulmano. All'interno lo spazio circolare nel cuore è quasi buio, apparendo tale soprattutto dopo tanta luce. Avrebbe dovuto esserci il silenzio, come anche il divieto di fare fotografie, ma nessuna delle cose era rispettata, ma una volta riusciti, seppur nel mezzo di moltissime persone, mi sono nuovamente sentita avvolta da questo luogo speciale. Di fronte all'uscita di questo mausoleo, vi è la vista posteriore, ossia rivolta a nord, che guarda sul fiume Yamuna, ancora molto bella e rasserenante. Restiamo seduti per un po' all'ombra del Taj, su quel marmo caldo e liscio, per poi avviarci a visitare la moschea che si trova al lato. Buttiamo le buste intorno alle scarpe, che decidiamo proprio di togliere, per camminare davvero su quel pavimento. Avevo davvero voglia di entrare in contatto con tutto questo, tanto che ho toccato per un certo tempo anche le sue pareti. Mentre passeggiamo, comincia a piovere, prima delicatamente e silenziosamente, poi con goccioloni grandi fino a diventare un acquazzone. Con calma, sotto l'acqua, siamo tornati alle scarpe, ma nel frattempo osservavo i miei piedi nell'acqua, la pietra rossa di quella parte di pavimentazione non troppo regolare sulla superficie. E niente di tutto questo mi infastidiva, anzi, trovavo che fosse bellissimo anch'esso. Tranquillamente ci siamo avviati verso l'uscita, ormai zuppi dalla testa ai piedi, non più solo per il sudore ma anche per la pioggia. Vedevo tutte quelle persone intorno a noi divertite, allo stesso tempo entusiaste, proprio come mi sentivo io. Ho avuto la sensazione che quel luogo sia inebriante, che il Taj Mahal renda le persone felici. 
Mentre andavamo via, continuavo a girarmi, come a voler avere un'ultima fotografia mentale di quella scena incredibile. Ancora una volta, ancora una. E infine, sospirando, ho pensato che per il momento dobbiamo dirci arrivederci, amico mio. Ma magari tornerò. Di certo non ti dimenticherò.
Per il resto, la giornata è scorsa rilassatamente, passando qualche ora in albergo ed usufruendo anche della piscina che ha. In fondo perché no, è pur sempre una vacanza questa. Ed infine siamo usciti per cena, per la prima volta diretti in un ristorante lontano, in cui abbiamo mangiato eccezionalmente bene. Osservando le strade di Agra di notte, lo smog nel tuc-tuc ci raggiunge, fa tossire qualche volta. 
Alcune persone sono sedute per strada senza maglia a chiacchierare con gli amici, qualcun'altro dorme proprio sullo spartitraffico nel mezzo della strada indisturbato da clacson e motori. Gruppi di persone si accalcano per mangiare insieme presso una sorta di sagra. Serenamente questa giornata si conclude, pronta a lasciare il posto a molto altro. A domani.

sabato 18 agosto 2012

Giorno 8.

Mentre un omino si trova nella nostra stanza per far funzionare la televisione, io comincio a scrivere di questa giornata che potrei definire del tutto sfinente, seppure apparentemente non abbiamo fatto poi molto. Siamo partiti in mattinata da Jaipur per raggiungere Agra, questa terza città indiana che ci troviamo a scoprire. Ho la sensazione che, per quanto differente sia ogni giornata dall'altra, alla fine il risultato sia il medesimo: una profonda stanchezza, a volte fisica, ma sempre mentale. Come se fossi stata lavata e rilavata, per poi essere centrifugata in lavatrice. 
In sostanza credevo che questa sarebbe una giornata tranquilla, non dico rilassante, ma quanto meno non stressante come invece si è rivelata, trattandosi solo di uno spostamento da una città all'altra.
Tutto ha avuto inizio con l'arrivo dell'indiano che ci ha condotti fino a qui, il quale ha avuto difficoltà a comprendere l'inglese per tutta la giornata, dunque la comunicazione si è rivelata difficile, sebbene siamo riusciti a risolvere comunicando con il suo capo per telefono. Mentre l'auto lasciava Jaipur, abbiamo visto centinaia di volantini colorati volare per alcune strade, per le elezioni universitarie. Una volta usciti dalle strade cittadine, abbiamo percorso l'autostrada lungo il fondovalle, mentre intorno a noi vi erano le pareti verdi delle alture caratteristiche di quest'area. Poi si susseguono mucche che brucano nell'isola spartitraffico, ogni tanto attraversando e mettendo in crisi i guidatori spericolati. Motociclette procedono sulla corsia di sinistra, guidate da un uomo e dietro una donna, il cui velo colorato viene gonfiato dal vento durante la corsa. Piccole costruzioni arrangiate tra le ruminanti madri, presso cui sembrano abitare quegli individui che si trovano lì. E mi chiedo quante storie da raccontare si nascondano in ognuno di questi piccoli angoli nel bel mezzo del nulla. Ragazzini compaiono allegri sulle biciclette da strade sterrate che conducono alla strada che percorriamo, chissà da dove vengono. Altre abitazioni, molte delle quali con fili di panni colorati stesi ad asciugare al sole. Un cammello si prende un po' di tempo per sé da solo, nel mezzo di una distesa verde, che ospita anche vacche e buoi con i rispettivi accompagnatori, in solitaria con un ombrello per ripararsi da sole o pioggia che sia. Infatti comincia a piovere: un bambino con indosso solamente dei calzoncini aspetta presso l'isola spartitraffico di attraversare l'autostrada. 
Decidiamo dopo tre ore di viaggio di fermarci a visitare Fatehpur Sikri, un'antica città fortificata che ci aspettavamo di trovare deserta. Invece ci troviamo ad affrontare un caos totale dato da un festival per la fine del ramadan. Perché la regione dell'Uttar Pradesh, in cui ci troviamo, sembra particolarmente popolata da musulmani. Così, per entrare nel sito storico, patrimonio dell'umanità, dobbiamo prendere dal parcheggio un bus, che ci lascia ai piedi del complesso di edifici. Ci avviamo nella direzione suggerita da alcuni individui e ovviamente ci perdiamo, in mezzo alla quantità disarmante di persone e di chioschi pronti a vendere qualsiasi cosa, da cibo, a ninnoli, ad abiti. Non può essere questa la direzione giusta, ci diciamo, così ci giriamo per tornare indietro e veniamo avvicinati da un tipo gentile che ci vuole aiutare, ma noi sappiamo che c'è qualcosa sotto. Solo che, non sapendo dove andare, ci lasciamo guidare, sperando che ce la mandi buona. Ci comincia a condurre per delle stradine ripidissime, con capre, spesso escrementi ed immondizia, per non parlare delle mosche, mentre incrociamo un grande maiale con dei piccoli che placidamente proseguono. Lui cammina scalzo su quelle pietre di cui è fatto questo percorso e penso che dev'essere tutta la vita che sale quei vicoli senza scarpe. Ogni tanto scambia un cenno con persone che sono intorno a noi, mentre di tanto in tanto ci fa delle domande sull'Italia, da quale città veniamo. Molti bambini ci si avvicinano, dicendo solamente "hello, money" o "desculpa", agitando le manine o porgendole per ricevere qualcosa. Diverse persone sono intente in tutto questo a cucinare in mezzo a questi stretti passaggi, con grandi pentoloni che emanavano odori ormai familiari, che tuttavia si mescolavano con gli olezzi presenti in questa zona. Il caldo e la salita cominciano ad essere troppo per noi, che siamo delle mozzarelle in confronto a questo tipo, tranquillo nella sua scarpinata verticale. Infine arriviamo a questa scalinata da cui si ha una vista su praticamente tutta la regione ed è impressionante, ma quello che abbiamo appena attraversato è rimasto lì con noi, quella sensazione di intrusione in una vita che non ci appartiene, di cui siamo in fondo solo in grado di provare repulsione, perché non sapremmo viverci, perché al solo pensiero di far parte di tutto ciò, il rifiuto nasce del tutto spontaneo.
Entriamo in questa fortezza con le scarpe in mano, si tratta di un luogo importante e sacro per i musulmani di qui. L'imperatore moghul Akbar fece costruire tutto questo nel '500, pensando anche alle sue tre mogli preferite: una hindu, una musulmana ed una cristiana. Ad esse l'architettura di questo luogo è ispirata, con elementi misti di culture molto diverse tra loro, cosa che rende particolarmente affascinante Fatehpur Sikri. Tuttavia i venditori continuano a sopraffarci, a cercare di appiopparci qualsiasi oggetto, così diciamo al nostro nuovo amico che vogliamo andarcene, ma lui non ci molla a quel punto, deve ottenere qualcosa da noi. Così, vicino all'uscita, ci fa conoscere suo nonno, il quale produce statuette in pietra, nel senso che è proprio lui a lavorarla. Dai, compratene una, due, tre. Obiettivamente erano molto belle, così dopo una lunga contrattazione, che ha fatto scendere il prezzo alla metà, ne abbiamo acquistate due, abbiamo ringraziato e siamo scappati via. Davvero incredibile questo posto, folle, da far girar la testa per la crudezza della realtà che mostra.
Ci rimettiamo in viaggio verso Agra, che è vicina da dove ci troviamo. Mentre l'autista paga la tassa di passaggio nella città, ecco avvicinarsi al mio finestrino un uomo dai capelli tinti color rosso del tutto innaturale con una scimmia al seguito. La porta legata con una corda, e, piantandosi davanti a me, le fa un cenno e lei salta sulla cima del bastone di legno con il quale l'uomo si accompagna. Poi la scimmia si appoggia al vetro del finestrino: guarda me e il mio compagno, batte distratta la mano sul vetro. Osservo quanto sia bella, davvero, sembra avere un pelo morbidissimo. Ma ecco che per farla scendere l'uomo sposta il bastone e la strattona, come per spostarsi un po' più in là, forse lì daranno loro più attenzioni. Così si spostano e lui continua a strattonarla, per farle fare diverse mosse, verticali, capriole. 
Infine arriviamo ad Agra ed andiamo verso l'albergo, ma troviamo un ingorgo pazzesco, in cui ogni veicolo è del tutto impossibilitato a muoversi. Rimaniamo lì per un bel po', per poi trovare una strada più libera, ma in quel lasso di tempo mi si presenta una scena. Un venditore di pesce, i pesci. I pesci sono completamente, e intendo completamente, ricoperti di mosche, come a voler vendere quelle piuttosto che il pesce. Ho pensato di non aver mai visto così tante mosche in vita mia in una sola volta. Le persone là intorno sembravano indifferenti alla cosa e c'era persino qualcuno che comprava.
Infine l'albergo e un po' di tempo per tornare alla civiltà che più ci appartiene. Ma, più i giorni passano, più sembrano farsi palesi le difficoltà di sostenere una vacanza di questo genere, che non trovo poi corretto chiamare tale. Questa esperienza, questa scoperta di un'altra parte del mondo così distante.
La sera, prima di andare a dormire, dopo aver scritto di queste giornate, in cuor mio faccio un sospiro e spero. Spero dentro di me di essere più forte il giorno successivo e che tutto quello che sto conoscendo, che sto imparando, non svanisca mai.

venerdì 17 agosto 2012

Giorno 7.

Ancora una volta la notte è stata un po' insonne. C'è qualcosa che mi tiene sveglia qui, ma non riesco a spiegarmelo, come un'energia che, quando mi sveglio nel cuore della notte, sembra darmi talmente forza da poter correre su e giù per le scale dell'albergo. Forse, se ricapitasse, dovrei provarci.
Comunque sia la giornata è partita con calma, con l'obiettivo di raggiungere alcune località nella periferia o nei dintorni di Jaipur con una macchina, unico mezzo possibile per muoversi qui su medio-brevi distanze. Quello a cui non ho accennato è che questa città è in parte circondata da colline, alture verdi sormontate da fortezze, muraglie, che ne segnano armonicamente i confini con un colore bruno intenso. In alcuni tratti fa pensare all'immagine classica che si ha della muraglia cinese. Nei dintorni della città, per l'appunto, ci sono diversi luoghi particolari, palazzi arroccati su queste alture, da cui si può vedere la città dall'alto.
Dunque eccoci nella macchina, una claudicante Tata Indica con un solo specchietto. Fortunatamente quello di destra, visto che qui la guida è all'inglese. E in compagnia dell'autista Ganesh (ebbene sì, si chiama come la divinità dalla faccia di elefante) che è stato con noi tutta la giornata, dai modi gentili ma dall'inglese molto poco fluente. Mentre parliamo degli abiti indiani, lui tira fuori, ovviamente mentre guida, il portafogli e da esso due piccole fototessere che sembravano risalire ad una cinquantina d'anni fa. Osservando meglio una delle due, si capisce che si tratta di qualche mese o anno fa in realtà, perché vi è ritratto lui insieme alla moglie. Nell'altra foto c'è solo lei, con questo velo rosa acceso e con un'aria vagamente triste. Pochi minuti dopo, parlando della religione hindu, ci spiega che lui fa parte di una precisa casta, in cui vigono specifiche regole. Per esempio, dice, se ci sono i miei genitori a casa, mia moglie non parla, non rivolge la parola a nessuno. Lei parla soltanto quando siamo noi due. Annuisco senza capire, più che altro come a non voler capire. Sono perplessa, ma d'altra parte ogni cultura ha le proprie prerogative e regole.
Ganesh ci fa attraversare prima la città, mostrandoci alcune delle cose che abbiamo visto ieri. Poi ci dirigiamo verso il primo obiettivo della giornata: Nahargarh, detto anche il Tempio della Tigre. Non so perché sia chiamato così onestamente, visto che di animali lì ce n'erano molti, ma di tigri neppure l'ombra. Ma abbiamo incontrato tranquilli pavoni a passeggio, quiete vacche-madri affatto interessate a quello che accadeva loro intorno, timidi asinelli bianchi che si nascondevano dietro agli alberi, nervose caprette nere, marroni, a chiazze. E molte scimmie in gruppo, che ci osservavano da lontano circospette, alcune di loro portando aggrappati sotto la pancia i piccoli. Tutto questo intorno ad un edificio davvero bello, ma tristemente trascurato nei suoi dettagli, come anche ieri abbiamo osservato. L'interno, labirintico e spoglio, conduce a spiazzi al livello superiore dove sono distribuite delle piccole finestre attraverso le quali si può ammirare una vista incredibile della città. La prospettiva sembra quasi impossibile, poiché al di sotto in realtà c'è lo strapiombo dell'altura ed poi è già pieno di costruzioni. Dunque la città inizia proprio lì, distesa, e sembra di ammirare un'infinità attraverso un'apertura così stretta. 
Lasciando Nahargarh, siamo andati a vedere il Jal Mahal, detto anche Water Palace. Spenderò giusto qualche parola polemica su questo palazzo, bello ma senza alcuna rilevanza. In questa città, nel mezzo di un lago, qualcuno ha costruito con pali chissà quanto lunghi un'edificio dall'aspetto splendido, inoltre ben curato. Tuttavia l'attrattiva che esso costituisce è fare delle foto dalla riva senza potervisi in alcun modo avvicinare. Al massimo si può restare lì intorno un po' più di tempo a contrattare con omini per statuette, a detta loro, di marmo, o a guardare i cammelli lì in sosta, a disposizione per essere cavalcati.
Dopo un pranzo sullo stesso tono poco entusiasta, ci dirigiamo all'imponente, famosissimo ed incredibile Amber Fort, anch'esso su di una considerevole altura. Il programma era di salire, come previsto, sull'elefante e raggiungere la cima, per provare l'esperienza. Ovviamente, come non detto: non è accaduto. Ma ecco cos'è accaduto.
Raggiunto il forte, ci dicono che oggi non sono disponibili elefanti nel pomeriggio per raggiungere la cima, dunque dobbiamo salire a piedi o in macchina o con una geep. Per quanto riguarda gli elefanti, ci dicono che sono disponibili alcuni per fare un giro nel paese ai piedi della fortezza, giusto per provare l'esperienza insomma. Così, mentre saliamo a piedi, ci diciamo che in fondo è un'occasione da cogliere, visto che siamo qui. Perciò decidiamo di raggiungere questi elefanti al termine della visita all'Amber. 
Questo luogo è indescrivibile, permette di avere una vista meravigliosa tutto intorno, osservando le piccole ed infinite scalette che montavano sulle dolci montagne circostanti, lasciando di tanto in tanto sfrecciare dei torrioni per segnare i punti più alti. I passaggi tortuosi che conducevano a nuovi punti di visuale sulla vallata, sulle montagne e sull'abitato continuavano a stupirci, nonostante la parziale incuria in cui si trovano. Molti livelli si sovrapponevano, così era un susseguirsi di scale che salivano e scendevano, fino a raggiungere anche la corte interna, protetta e nel cui cuore si trova un curatissimo e rigogliosissimo giardino con siepi perfette. Percorrendo la discesa per l'uscita, ho potuto vedere quello che mi ero persa salendo, avendolo alle spalle: quella natura che si incontra con la confusione di case spontanee e l'imponenza di edifici come quello, che rende il paesaggio unico nel suo genere, in cui ogni strato è visibile e riconoscibile nella sua identità.
A questo punto diciamo a Ganesh di portarci dagli elefanti, perché questa benedetta esperienza tocca pur farla. Attraversiamo il paese ai piedi dell'Amber, osservando strade molto dissestate e sul ciglio scene come una famiglia, intenta nelle azioni quotidiane: la madre che pettina una delle bambine, mentre l'altra è stesa sulla rete senza materasso di fronte alla tenda, tutto ciò sotto lo sguardo distratto del padre seduto su di uno sgabello. Il tutto tra mucchi di fango, ognuno di loro rigorosamente senza scarpe. 
Pochi metri più avanti scendiamo ed entriamo nel fatidico luogo, ma ciò è quel che vi abbiamo trovato. Una sorta di stalla in cemento armato, piena di mosche, capre ed escrementi, con sei elefanti in fila. Ognuno si trovava separato dall'altro, con il soffitto che terminava circa un metro sopra la loro testa. Erano tutti legati. Siamo arrivati di fronte a loro ed entrambi, sia io che il mio compagno, abbiamo avuto l'istinto di fermarci. Che si fa? Cos'è questo posto? Abbiamo capito in quell'istante che l'esperienza non si poteva fare, che questa scena era tristemente sufficiente, così siamo andati via.
Come spiegare questo? Sento di aver preso in un certo senso l'abitudine a vedere le cosiddette madri passeggiare per strada, bloccando il traffico. O le capre grattarsi con le proprie corna in mezzo alle persone. Pavoni e scimmie che non si lasciano avvicinare. Trovare animali così maestosi ed imponenti in questa condizione sembra davvero un controsenso.
Abbandonata l'idea, il caro Ganesh ci propone un paio di attività per ammazzare il tempo, prima di tornare in albergo. Noi accettiamo di andare a dare un'occhiata, seppur ignari nei confronti dei suoi intenti, perché non si capisce quasi niente quando parla. Ci troviamo così a visitare una stamperia tessile, una vera e propria fabbrica in cui realizzano le stoffe decorate che si vedono dappertutto. Affascinante: pareti e pareti di stoffe di mille colori, nonché offerte di realizzarci vestiti, camicie e quant'altro su misura. 
Infine l'ultima attività propostaci è stata la lettura della mano. Ho pensato, perché no, non l'ho mai fatto in vita mia. Così veniamo condotti, guarda un po', in un negozio di gioielleria. Devo aspettare un po', perché l'uomo che legge le mani è occupato. Si libera e vengo fatta salire nella stanza, illuminata al neon, con questo indiano di mezza età che scrive al cellulare. Sono un po' perplessa, ma vediamo che succede. Mi siedo e comincia a chiedermi il nome, la data di nascita ed altro. E mi osserva le mani. Mi chiede se è vero che la mia salute quest'anno non va molto bene, ma io gli dico che onestamente quest'anno è stata migliore di quelli passati. Poi mi dice che il mio prossimo anno sarà meraviglioso, pieno di soddisfazioni, in carriera, in amore, in tutto. Che bello, dico io, menomale. Poi mi guarda e mi chiede se porto sempre questo tipo di orecchini piccoli. Io dico di sì e lui mi comincia a parlare del rubino, della sua qualità solare, la quale mi appartiene profondamente. Il color rubino è il mio favorito, mentre il quattro è il mio numero. Mi ripete che il mio prossimo anno sarà stupendo, io ringrazio e mi avvio al piano di sotto, dove si trova la gioielleria. Lì i dipendenti mi chiedono d'assalto se volevo acquistare qualcosa, mentre prima mi avevano quasi ignorata, e vedo che sono pronti già dei piccoli rubini sul tavolo. Così ho tirato dritto ed ho infilato la porta buttando lì un goodbye. Già avevo intuito, ma vedere quelle pietre già predisposte ad essere vendute, sapendo già quindi i dipendenti quali dovessero mostrarmi, mi ha deluso abbastanza. 
Questo lettore di mano, mentre mi parlava del mio brillante futuro, mi ripeteva quanto fosse importante nella tradizione indiana questo tipo di profezie, quanto fosse qualcosa legato all'astrologia, che va avanti da secoli. Adesso penso, peccato, mi sarebbe piaciuto incontrare questa magica tradizione.
Sarà per un'altra volta.

giovedì 16 agosto 2012

Giorno 6.

Come previsto, questa Jaipur ci ha stremato. Non c'è dubbio che questo posto con Delhi non abbia assolutamente nulla a che fare, perché finalmente possiamo immaginare di girare la città a piedi. Però questo ha i suoi pro e i suoi contro: i piedi, dopo la camminata di oggi, facevano male sul serio. In fondo abbiamo camminato solo sette ore, senza quasi una sosta, in preda all'impellente necessità di vedere una dopo l'altra le beltà che questa città aveva da riservarci.
Ebbene sì, c'era una punta di ironia in queste ultime parole, ma il confronto tra la capitale e Jaipur è stato spontaneo ed inaspettato. Mi aspettavo in un certo senso di trovare un luogo più organizzato, strutturato, calmo e pulito, ma sulle ultime due caratteristiche non potevo sbagliarmi di più. Abbiamo fatto il giro del centro della città, la cosiddetta Pink City, i cui edifici sono tutti su tonalità di rosa, mattone, beige e rossiccio, attraversando molti bazar sotto i portici, che si snodano per tutte le vie principali permettendo a chi passeggia di ripararsi, dal sole o dalla pioggia. Ma non ci si ripara dal caos più totale di voci, a volte urla e schiamazzi, di colori sgargianti di polveri per dipingersi il viso e abiti ricchi di dettagli, venduti da omini che chiamano "madame, please, look" al passaggio di ogni donna, specie occidentale. Ma soprattutto di odori, che ho percepito estremamente forti, come mai prima d'ora: i profumi di spezie si diffondevano in ogni dove, ma ancor più i fetori dati da muffe verdi non ben identificate, che ogni tanto si incontrano, e dai sacri escrementi della "madre". Perché in questa città le madri, ossia le vacche, sono davvero ovunque, passeggiano accanto alle persone, ma soprattutto cagano dappertutto. E sono regalini dalla consistenza importante, che non passano inosservati davvero. Inspiegabile è stato anche osservare la quantità di spazzatura e di mosche in quelle vie centrali, che avevamo supposto poter essere più curate, per aumentarne l'attrattiva, mentre qui sembra avvenire il contrario. Più si esce dal centro città, maggiore è la pulizia delle strade.
Eppure questa città ha delle vere bellezze da regalare, primo fra tutti l'Hawan Mahal, il cosiddetto Palazzo del vento. Un edificio su cinque piani, ognuno dei quali facile da raggiungere con delle rampe e man mano permette di avere una vista sempre più bella della città, alla quale si aggiungono i meravigliosi decori rosa dei piani sottostanti, con passerelle, piccole cupole e guglie. Dalla cima abbiamo goduto di una vista davvero incredibile di tutto ciò, senza considerare il vento dolce che soffiava in quel punto: tutto il palazzo è pensato per garantire un continuo flusso di vento, che dona un certo sollievo nell'estate calda. Molto interessanti anche il City Palace, dove risiedeva il maharaja, che non si faceva mancare ricchissimi abiti e dettagli del palazzo decorati con fantasie ispirate al pavone, e il Jantar Mantar. Quest'ultimo è un bizzarro parco astronomico, in cui vi sono delle costruzioni che corrispondono a strumenti per misurare il cielo e i corpi celesti, l'azimuth e lo zenith. Affascinanti e lo sarebbero stati ancora di più se sottoposti ad una maggiore cura degli intonaci, in generale dei dettagli che molto hanno da regalare. 
La sensazione che ho provato nel visitare questa città è stata quella di fare un viaggio non solo attraverso lo spazio, bensì anche nel tempo. Osservare gli uomini che lavoravano il marmo, molti che cucinavano e mangiavano per la strada, la maggior parte delle persone che, sedute, si toccano i piedi in continuazione, perché passano la gran parte del tempo scalze nonostante i regalini delle madri. Alcuni individui con dei disegni sul viso, come a rivelare una propria storia interiore, un percorso diverso da quello di tutti gli altri. Donne anziane sedute a terra intente a mettere in ordine la verdura che stanno vendendo, posata su di un pezzo di stoffa sopra al pavimento, mentre piccoli bambini trasportano sulle proprie teste o spalle grandi buste piene di semi o chissà cos'altro. Qui la vita è così differente da ciò a cui sono abituata. E questo continua a stupirmi ogni giorno che passo in questo paese.
Tutto ciò si è sviluppato nelle sette ore di cui parlavo, senza consumare un pranzo. Alla fine, distrutti, abbiamo deciso di seguire il consiglio della nostra guida e di cercare di rilassarci un po', dunque ci siamo rivolti all'ayurveda. Eccezionale. Ma andiamo con calma.
Io vengo accolta da una massaggiatrice, mentre il mio compagno da un massaggiatore. Qui è così che funziona, non si può pensare diversamente di mischiare le carte. Questa donna giovane, di circa trent'anni, mi sorrideva e gentilmente mi dava le poche indicazioni di cui avevo bisogno, mentre si dedicava al suo lavoro. In alcuni momenti ero stupita dalla sua energia, in altri il solletico che provavo mi faceva quasi ridere, in altri ancora ho provato un senso di rilassatezza davvero incredibile. Mi sono sentita riconoscente nei suoi confronti mentre si prendeva cura di me e pensavo a quanto particolare ed importante sia la scelta di svolgere questo tipo di mestiere, dando sollievo alle persone.
Dopo un lungo massaggio mi ha anche lavata con gentilezza per rimuovere l'olio ayurvedico e in quel momento ho pensato che nessuno mi ha mai lavato, a parte i miei genitori quand'ero piccola ovviamente. 
E' stato rigenerante, rilassante e profumato. Credo di voler ripetere l'esperienza prima di lasciare questo paese, ne vale davvero la pena.

mercoledì 15 agosto 2012

Giorno 5.

In diretta da Jaipur, da un hotel dall'architettura e dai dettagli meravigliosi. 
Oggi non ho molto da dire, si è trattato di una giornata dedicata allo spostamento da Delhi a qui, con tutte quelle questioni pratiche come fare le valigie, lasciare l'albergo, andare in aeroporto con qualcosa come quattro ore d'anticipo per non avere sorprese e passare lì una ricca mezza giornata. In fondo è stato rilassante, dopo questi ultimi quattro giorni di immersione nell'India cittadina. 
Oggi, India Indipendence Day, Delhi sembrava quasi deserta e all'aeroporto è sembrato di riavvicinare l'occidente da noi conosciuto. Eppure i controlli erano sopra la media, senza la possibilità di uscire dall'aeroporto una volta entrativi, con check in attenti, metal detector con perquisizioni e molti timbri, apposti sulla carta d'imbarco e sulla targhetta dei bagagli a mano. Infine eccoci lì, stesi su delle chaise-longue a disposizione dei viaggiatori, dopo aver mangiato qualcosa, a riposarci. D'altra parte i prossimi due giorni sono programmati e pieni, e prevedranno cose eccezionali su cui non farò anticipazioni. E' per lasciare un po' di mistero.Va bene, una cosa ve la dico: cavalcheremo l'elefante per raggiungere il Red Fort, probabilmente dopodomani e non vediamo l'ora. Dico, quante volte capita nella vita di salire su un elefante?
Il viaggio in aereo è stato brevissimo, ma due cose mi hanno molto colpito. Il cielo in fase di crociera, sopra uno strato denso di nuvole umide e soffici, che sembra formare una morbidissima distesa di fiocchi di cotone a perdita d'occhio. E lo steward che, ad atterraggio avvenuto, sequestra il cellulare ad un poco furbo indiano intento a fare con esso fotografie all'interno dell'aeroporto. Certe cose non si fanno da queste parti.
Questa giornata ha avuto la speciale conclusione di una cena sulla terrazza dell'albergo, il quale è tutto in perfetto stile indiano, pieno di colori e decori. Solo noi sulla terrazza, al riparo dalla pioggerellina delicata sotto una sorta di gazebo, con un venticello fresco che mi ha costretta a mettere uno scialle. Cibo speziato e delizioso, in uno scenario da sogno. Non posso chiedere di più.

martedì 14 agosto 2012

Giorno 4.

Il primo pensiero stamattina, per essere onesta, è stato quello di non voler uscire da questa stanza d'albergo. Mi rendo conto che fosse terribilmente stupido, ma avevo un forte senso di repulsione nel gettarmi ancora una volta in questa realtà. Sciocco, perché in fondo non mi ha costretto nessuno a venire fino a qui, sono stata io a deciderlo e a fare in modo che accadesse. Sarà stato per la notte un po' agitata in cui non sono riuscita a dormire bene, sarà perché comincio già ad essere provata. Tuttavia, dopo un piccolo sfogo e spinta dal mio compagno, mi sono fatta forza e preparata per affrontare una nuova giornata, all'insegna della scoperta della metropolitana di Delhi.
Prima segnalazione: siamo diventati bravi a non farci molestare da tutte le mille persone che chiedono di trasportarci, di aiutarci, di indicarci la strada. Si tira dritto, perché questa è la convenzione sociale che vige qui. Gli indiani sono molestati allo stesso modo dopotutto, ma reagiscono così, dunque ora abbiamo imparato a farlo anche noi. Basta distogliere lo sguardo, fare un cenno con la testa o dire un semplice no, e continuare a camminare, perché la verità è che chi si ferma è perduto. Abbiamo anche imparato che, per capire dove andare guardando le cartine, bisogna anticiparsi il lavoro finché ci si trova in posti chiusi come ristoranti, metro o quant'altro. Poi, come esperti, si va verso l'obiettivo, anche se non sempre si coglie in pieno. Stamattina infatti ci siamo persi un'altra volta per le vie di Karol Bagh, come ieri sera, ma stavolta di giorno e in un'altra parte del quartiere. Le cose sono due: o la cartina di Google non è fatta bene o ho perso il senso dell'orientamento in quella mezzora. Ci siamo ritrovati da tutt'altra parte, nella superflua ricerca di un bar per bere un caffè. Ma nel percorso abbiamo visto molti ragazzini uscire dalle scuole con il simbolo della bandiera indiana sul petto, dato che domani è l'India Indipendence Day. E molte abitazioni, girando per una parte del quartiere quasi del tutto residenziale, notando che qui in fondo le case non sono poi così terribili. Non si tratta di alta qualità architettonica ovviamente, ma non sono neppure baracche. Peccato che l'olezzo, l'immondizia in mezzo alla strada e le mosche non mancassero neppure qui.
Usciti da questo labirinto di stradine e raggiunta finalmente la metro, abbiamo scoperto un nuovo mondo, che ci è risultato familiare e gradevole davvero: la metro è davvero ben tenuta, i treni sono nuovi e con aria condizionata e non c'è nemmeno l'ombra di un cane o di una scimmia. Stiamo scoprendo come in certi frangenti questa città sia davvero al passo con le altre grandi capitali del mondo, mettendo a segno molte più linee metropolitane della cara e vecchia Roma. Senza accorgercene e con serenità raggiungiamo quindi una delle due mete che abbiamo deciso di avvicinare oggi nel tentativo di completare il giro di templi delle religioni più diffuse in questo paese e che ci incuriosiscono.
Il primo è stato il tempio sikh Gurudwara Bangla Sahib, presso il quale siamo andati attratti da quello che abbiamo scoperto su questa religione. Vegani, i primi a introdurre la parità tra uomini a donne, le quali non devono essere bruciate sulla pira con i mariti morti, condividono il proprio patrimonio con i fratelli sikh, lavorando sempre al fine del benessere generale. Una particolarità è che gli uomini devono avere il capo coperto nei luoghi di culto, ma non solo: essi devono portare il turbante sempre, ogni giorno della propria vita, ed è loro impedito di rasarsi qualsiasi parte del corpo. Sono quelli con le barbe lunghe e i turbanti insomma, che portano in giro i ragazzini con copricapi con una specie di palla in testa. Sono affascinanti, come lo era anche il loro tempio, in cui ogni venti minuti si da il cambio un guru diverso, che parla loro come in un'omelia e cantano insieme. In questo luogo ho avuto la sensazione di trovarmi in casa di qualcuno, come se ogni persona fosse lì per un motivo che effettivamente aveva a che fare con questa religione e le diverse fedi guru. Ma potrei sbagliarmi.
Dopo ciò, abbiamo dato una secondo chance all'area probabilmente più famosa di Delhi, Connaught Place, che avevamo visitato il primo giorno e ci aveva un po' scioccato. Adesso che abbiamo capito meglio come funzionano certe cose qui, non mi è sembrato un luogo così ameno, seppure un po' lo resta comunque nella sua sporcizia totale, che raggiunge soglie di fetore davvero nauseanti. Abbiamo attraversato l'area più o meno verde che si trova al centro di Connaught Place, dove era allestito anche un mercato: gruppi di persone stese sul prato a rilassarsi in serenità si alternavano ad altri gruppi di lavoratori che si rintanavano in angusti spazi pavimentati in cemento per stendersi e riposarsi del lavoro svolto fino a quel momento, nella confusione e nel tran tran generale del vendere di tutto. 
Ancora la cara metropolitana e raggiungiamo uno dei luoghi che, ora posso azzardarmi a dirlo, ho trovato più incredibili di tutta Delhi: il tempio induista Swaminarayan Akshardham. Un luogo da togliere il fiato. Ma cominciamo dal principio.
Da lontano si vede questo grande gruppo di cupole e si capisce che ci aspetta qualcosa di grosso laggiù, ma in un certo senso bisogna guadagnarselo. Prima percorrere un'abbastanza lunga strada a piedi insieme agli indiani hindu che si dirigono al tempio, ma che camminano terribilmente piano. Passare per un check delle borse che non contegnano elementi pericolosi. Poi compilare un modulo con i propri dati da consegnare ad un omino. Lasciare all'omino tutti, ma proprio tutti, i propri averi, tranne soldi e passaporto: cellulari, macchine fotografiche, borse, tablet, tutto. Anche i libri non sono permessi, però l'acqua sì. Seguire un percorso che divide a quel punto in uomini e donne e li mette in fila: mi rendo conto a questo punto, guardandomi attorno, che queste donne indiane sono proprio basse, circa di una testa rispetto a me, e guardando dritto sopra di loro posso vedere tutto quello che c'è dopo. Passare un metal detector, un'ispezione ed infine si è fuori. Il mio compagno in questo ci ha rimesso un accendino, perché ovviamente anche quelli non sono permessi.
Ed eccoci qui, improvvisamente davanti a noi prende forma un luogo eccezionale, difficile da descrivere. Meraviglioso. Fontane, archi, strutture di passaggio come statue merlettate e abbronzate sotto il sole. Edifici che sono templi e lo sembrano senza dubbio, nella loro maestosità, bellezza, imponenza e grazia. I decori sono incredibili, infiniti, piccolissimi, riproducendo in continuazione moltissime delle storie di questa religione, così ricca di divinità e murti, che sono come incarnazioni o rappresentazioni del Dio sulla Terra.
Qui ci sono prati perfetti, siepi curatissime e dal verde vivido, specchi d'acqua che affiorano fino al livello della pavimentazione su cui si cammina, come in una soluzione di armoniosa continuità. Porticati circondano in tempio al centro, con un color creta più scuro, lasciando all'elemento più importante l'attenzione. Camminare a piedi nudi in questo luogo ha davvero un senso, quasi al punto da rabbrividire per quel contatto così liscio, su superfici liquide come quelle. All'interno del tempio il murti dorato a cui è dedicato il tutto rispende tronfio, mentre i devoti gli rivolgono preghiere.  
Nonostante la presenza di bar interni, che comunque rendono il luogo vivibile per un tempo abbastanza lungo, e i riti di buon auspicio a pagamento, che consistono nel versare dell'acqua sulla testa del murti, questo luogo mi ha davvero rapita. Ed essere privati di ogni elemento che appensantisce la visita o la rende funzione di immagini catturate in fotografie è una bella sensazione, dopotutto. Si ha la consapevolezza che quel momento, quel paesaggio, quella meraviglia può essere custodita solo dentro di sé, dunque importante anche la leggerezza per poterla accogliere appieno.
Ispirati da ciò, ci avviciniamo a lasciare questa città per passare alla seconda domani, ossia Jaipur.
Ma prima di andarcene abbiamo sperimentato una cena vegetariana davvero particolare, qui a Karol Bagh: cibo no limits, servito da una decina di camerieri che si dividono una sala di circa trenta clienti, passando in continuazione per mettere cibo nel piatto, yogurth nel bicchiere, o domandare solo se va tutto bene. Una gentilezza davvero gradevole, una dedizione nel rendere felici ed appagati i clienti che amo osservare, verso di noi in particolare perché stranieri, ma verso tutti in generale.
E' così che voglio salutare questa città per il momento, prima di rivederla tra una decina di giorni.



lunedì 13 agosto 2012

Giorno 3.

Non posso crederci, questa giornata infine è giunta al termine. Mi sembra di avere il fiatone, dopo tutto questo, soprattutto per gli stimoli stressanti di questa esperienza che evolve sempre in modo più significativo.
La mattina è cominciata con un'inaspettata colazione in camera, che sarebbe stata gradita se non fosse che dovevamo partire per Chandigarh. Si tratta di una città a nord di Delhi, per raggiungere la quale abbiamo impiegato ben quattro ore, otto in totale se consideriamo anche il ritorno. Non è stato uno scherzo, bisogna dirlo, ma questo ci ha fornito l'occasione di percorrere delle strade ad alta velocità indiane, che potremmo definire all'incirca autostrade, e scoprire cosa avviene fuori dalla grande metropoli.
Lungo la strada abbiamo incontrato di tutto: persone in piedi ad urinare sul ciglio delle strade, con la macchina in sosta sull'ultima corsia, che non è segnalata perché le strade raramente sono divise in corsie. A fianco alle auto ed ai pullman, qualche trattore lentamente avanzava, mentre i camion tentavano il sorpasso continuo, come chiunque dopotutto. Questa è la regola della strada qui: non esistono regole, basta suonare e passare, a destra o a sinistra. Come si capisce chi ha il diritto di passare più dell'altro? Sostanzialmente vince chi suona di più, più forte e più a lungo. Poi all'improvviso si vedono individui intrepidi che attraversano l'autostrada, da un senso di marcia all'altro, alcune volte in corsa ed altre normalmente senza neppure prestare attenzione. Non possiamo poi dimenticarci dell'importanza delle religioni, di tutti quei culti che in questo paese si praticano, dall'induismo, al buddismo, al sikhismo, all'islam. Perciò immancabili sono risultati i templi e vari luoghi sacri lungo l'autostrada, dalla quale l'accesso è diretto, lì a disposizione per i passanti che possono fermarsi ed andare a pregare.
E poi ancora piccoli chioschi dietro ai quali si vedono le tende in cui vivono i proprietari, barbieri da strada sul ciglio in piena attività che radono uomini seduti su sedie comode di fronte a degli specchi appesi, furgoni che corrono portando sul retro scoperto tre o quattro persone, centinaia di cumuli di paglia ordinati a forma di capanna per garantire il cibo alle mucche. A proposito di mucche, esse qui sono sacre e ho scoperto perché. Il nostro amico indiano ci ha rivelato che, visto che la vacca fa il latte e che il latte è buono e nutriente, quasi sacro, per questa ragione la vacca è come la mamma, per cui non la si può uccidere né farle del male.
Scopriamo anche che il diesel qui costa circa quaranta rupie al litro: circa trenta centesimi in euro, solamente il doppio dell'acqua. Il vino è più caro del diesel.
Dunque giungiamo in questa famosa città, almeno in termini architettonici ed urbanistici. Chandigarh è nata dalle mani del grande Le Corbusier, i cui lampi di genio non ho sempre condiviso ma comunque ammirato per l'originalità. Ebbene qui, in India, questa città risulta anomala, strana, seppur non fuori posto, con i suoi grandi ed ampi viali alberati, i parchi dalle precise tematiche e caratteristiche ed il lago artificiale, il quale era quasi del tutto a secco. Vi abbiamo trovato negozi, ristoranti, molte persone in giro. Ed anche un temporale incredibile.
Presi e sorpresi da questo inconveniente, in una città in cui i luoghi da visitare sono all'aperto, abbiamo deciso di prendere di petto la situazione: infilati i k-way, ci siamo buttati nel Rock Garden di Nek Chand, un artista che ha raccolto i cocci avanzati dalla costruzione della città ad opera di Le Corbusier. Chand, con gli avanzi del grande architetto, ha realizzato un parco davvero notevole, a tratti meraviglioso. Ha messo insieme scarti di piastrelle, tazze del water, prese della corrente, per creare percorsi labirintici, che improvvisamente si aprono su cascate d'acqua e passerelle sospese. Quando la pioggia ha smesso di cadere la situazione era la stessa di quando abbiamo lasciato il giardino: eravamo completamente bagnati da capo a piedi. Impossibile asciugarsi con l'aria umida di questo paese, così abbiamo deciso di continuare un altro po' nel verde. Il Rose Garden mi ha colpito, con la sua cura e la ricchezza delle centinaia di tipi di rose diversi. Sembra di essere improvvisamente tornati all'ordine che ha creato questa città, controversa ma molto interessante: gli indiani sembrano non ritrovarsi in questa scacchiera. Credo che questa maglia ortogonale risulti loro senza anima, rendendo le strade un po' tutte uguali a se stesse. In fondo, abituati a vivere tra i vicoletti di edifici autocostruiti, attaccati l'uno all'altro, innalzati alla buona con i materiali che avevano a disposizione, sembra normale chiedersi dove sia il senso di edifici tutti simili lungo strade altrettanto simili. Ma penso che in occidente a questo ormai non facciamo più caso da molto tempo, abituati come siamo alla nuova pianificazione delle città, che cavalca questo stile modernista di Chandigarh. Se non altro lei è stata una delle prime in oriente.
Qualcosa d'altro a cui non siamo abituati, ma che qui risulta l'anima della vita quotidiana, è la strada. Si può vedere le persone, giovani, adulti e anziani, fare qualsiasi cosa nei pressi delle strade: i propri bisogni, cucinare, mangiare, dormire stesi a terra accanto alle care vacche e, perché no, radersi. La vita si svolge per la strada, serenamente e senza troppe domande. Non sembra poi così strano vedere attraversare l'autostrada scalzi con le ciabatte in mano, a questo punto.
Eccoci di ritorno, momento di cui posso approfittare per godere di questo elemento fondamentale quale la strada di notte. Nel nulla i bar per camionisti vuoti seppur illuminati, come ad attendere, perché qualcuno arriverà a cercare conforto prima o poi. Centinaia di camion che sfrecciano e suonano clacson molto musicali, furgoni adesso pieni di adulti o ragazzini che si guardano intorno affaticati. Si intravedono delle case aperte, senza porte né muri verso la strada, come se fossero scoperchiate mostrando letti e tavoli con sedie. Distese oscure nel mezzo.
Infine la ricerca dell'albergo tra i vicoli di Karol Bagh di notte, in cui i negozi sono chiusi, i lampioni spenti, solo alcuni uomini si aggirano e le strade sembrano tutte uguali. Ma ce l'abbiamo fatta, anche oggi abbiamo trovato la strada di casa.

domenica 12 agosto 2012

Giorno 2.

Gambe in spalla, inizia un nuovo giorno per noi in questa folle e disarmante città. Delhi si sveglia presto, prima di noi sicuramente, tanto che quando vi ci tuffiamo è già in pieno movimento. Viene quasi da chiedersi se durante la notte i clacson hanno smesso di suonare all'impazzata ed i cani ad abbaiare ingenuamente alle mosche.
Il primo moto che avverto è quello di abbracciare tutta questa realtà, più di ieri. Lasciare indietro la diffidenza ed il disagio, per gettarsi a capofitto nell'occasione di una vita che è questa esperienza. Dunque decidiamo di fare un affondo, tra templi e moschee, alla ricerca di quella misticità che in questa città deve pur esserci.
La prima, in Old Delhi, è la famosa ed imponente moschea Jama Masjid, la più grande di tutta l'India, dalla quale non possiamo non aspettarci di essere brutalmente sorpresi. Così a piedi scalzi in questo grandissimo luogo di culto, sotto il sole rovente, avvolta in una sorta di tunica di uno sgargiante arancione messomi addosso da un anziano all'ingresso, mi guardo intorno. Camminando nel porticato che circonda la corte interna vediamo molti fedeli, i più stesi a dormire, a volte circondati da mosche, con la testa nella stessa direzione. Solo alcuni erano in  piena preghiera, raccolti in se stessi a bisbigliare parole ormai conosciute a memoria o leggendole da grossi libri posati sulle proprie gambe. Ma non riesco a concentrarmi sul fascino che questo suscita in me, perché sento troppi sguardi puntati e questo mi mette in soggezione. Sarà per il colore molto visibile della tunica, sarà per la mia pelle più chiara, il viso dai tratti differenti, i capelli raccolti alla buona, gli occhiali da sole. Sarà per tutte queste ragioni, ma fa una certa impressione essere notati al punto di suscitare la voglia di essere fotografati. Chissà quanto devo essere apparsa loro buffa, io e  tutti i turisti che si trovavano lì dentro, penso in questo momento.
La pietra rossa della moschea era bollente, un odore acre di sudore e sporco si diffondeva ed i gradini per salire al minareto sembravano infiniti: sembrava di non arrivare mai all'interno di questa microscopica spirale, in cui il passaggio era stretto e a volte da condividere con un altro che, mentre salivo, scendeva. Sali, sali, sali... ma quando finisce questa dannata scala angusta, ci chiedevamo in un bagno di sudore. Ecco infine la luce di quel labirinto verticale e, sorpresa, una ventina di persone ammassate in tre metri quadrati a guardarsi intorno. Mi faccio spazio per osservare qualcosa anche io, ma stretta tra tutte le altre persone, di cui quasi tutti uomini, come spesso accade qui. Tra le teste riesco a vedere una distesa di edifici, non riesco a distinguere bene. Ma in fondo, dopo una una fatica come quella, ogni panorama ha l'obbligo morale di essere meraviglioso per valere quello sforzo. Eppure qualcosa non va, lo sento. Intendo in me, nel modo in cui non riesco a lasciarmi andare, in cui continuo a preoccuparmi di tutta questa attenzione, senza riuscire ad essere ad essa indifferente.
Penso che avessi bisogno di una scossa, di un contatto diretto con questa difficoltà, ed è proprio ciò che è avvenuto nei pressi dell'India Gate, uno dei luoghi più turistici di Delhi. Il taxi parcheggia e fuori dallo sportello si avvicinano una donna ed una bambina con dei braccialetti su un vassoio. Noto come la donna dice qualcosa alla bambina imponendosi sola davanti al mio finestrino, mentre con la coda dell'occhio vedo che un gruppo di tre o quattro bambini si ammassa fuori dallo sportello del mio compagno. Lui viene circondato da essi una volta uscito, io vengo afferrata dalla donna. Lei ha la testa coperta da un velo, è giovane, non ha più di trent'anni. Mi prende la mano, ma senza alcuna gentilezza, stringendola forte con entrambe le sue mani. Penso che è molto più forte di me, io tiro il braccio ma non riesco a liberarlo. Nemmeno riesco a capire quale sia la sua intenzione che già comincia  a svolgere il compito che aveva deciso di dedicarmi, senza che io potessi dare la mia approvazione. Comincia a scrivere sul dorso della mia mano con un liquido denso che esce da una plastica arrotolata e capisco infine cosa ha deciso per me: mi sta facendo un tatuaggio, di quelli naturali che in molte culture, tra cui anche quella indiana, vengono fatti per le donne in procinto di sposarsi, a ridosso della festa di matrimonio. Intanto io continuo a tirare il braccio, per il mio disappunto, ma così il disegno comincia ad essere molto confuso. Solo quando capisco che ormai è tardi, che ha cominciato e non smetterà finché non ha finito, che smetto di contrastare la sua presa e noto come il disegno comincia ad essere più bello, con i riccioli ed i fiori. Ero indispettita, l'ho percepita come una violenza, che mi ha confuso ancora di più. Molte persone erano come quella donna e quei bambini in quella zona, comportandosi in modo appiccicaticcio non solo con i turisti occidentali, bensì anche con gli indiani visibilmente benestanti, i quali erano una schiacciante maggioranza rispetto a noi. Lì ho compreso in un certo senso l'indifferenza, il bisogno di provarla, per loro e per noi, perché è ciò che ci si aspetta da queste interazioni sociali il più delle volte.
Ero contrariata, al punto che, nell'avvicinarsi al Lodi Garden, sentivo tornare quel disagio da cui volevo distaccarmi. Non avevo alcuna aspettativa da questo parco, ma devo ammettere che mi ha sorpresa meravigliosamente. Dopo la prima decina di metri, ci siamo immersi in uno stupendo giardino, tra gli alberi a volte fitti a volte più radi, tra i quali correvano numerosi gruppi di oche giganti, starnazzanti come i clacson delle vetture nelle strade, ma con un suono dall'effetto più armonioso. Tantissimi piccoli scoiattoli dalla coda non molto vaporosa correvano ovunque, tra la natura che improvvisamente scopriva edifici meravigliosi in cui sono conservate le spoglie di grandi sovrani del passato. Coppiette di giovani si potevano scorgere negli anfratti delle piante o nelle nicchie di queste grandi costruzioni decadenti, dalla pietra grezza e silenziosa. Amici in gruppo intenti a farsi foto con questi meravigliosi sfondi ed infine una panchina all'ombra di un'albero, accanto all'ingresso di una di queste tombe. Finalmente la pace, ecco dove si trova. Qui infine ho trovato quello che cercavo e cominciato a capire alcune cose, o perlomeno a formulare delle opinioni. Lo yin e lo yang, l'ordine ed il caos, sono entrambi essenziali. Non si può apprezzare l'uno senza aver accolto l'altro. E quelle persone devono essere davvero avvolte nel caos, bisogna riconoscerlo. Al tempo stesso è difficile ammettere come l'ideale di una cultura, che ha dato vita alla filosofia d'accoglienza di Gandhi e che tanto la rispetta, sia sostanzialmente un'utopia irrealizzata sotto tanti aspetti. Quel contatto tra la povertà e la ricchezza sottolinea il divario stesso, il povero non può sentirsi che più povero, mentre il ricco più ricco e a me viene spontaneo chiedermi perché. Viene sottolineato un individualismo che non mi aspettavo in questi scambi sociali, in cui ognuno non è una persona, ma il valore che essa ha da un punto di vista gerarchico, economico, di status. Le caste esistono, perché tutti questi individui non smettono di insistere nel tentativo di ottenere qualcosa, pur sapendo che nella grandissima maggioranza delle volte non avranno alcuna soddisfazione da ciò. Vengono cresciuti con questa attitudine fin da bambini, come si vede continuamente per le strade, come a voler sottolineare che così si nasce, si vive e si muore, non si può cambiare. Da una parte c'è chi fatica e che fatica tutta la vita, dall'altra chi mangia e lo fa da sempre. Non riesco a fare a meno di domandarmi io dove mi trovo rispetto a tutto questo.
Si è aperta a noi questa cultura, si fa scoprire ogni momento di più. Lascia scorgere la voglia di giovanissimi indiani di entrare in uno dei complessi più antichi poco fuori Delhi, in cui si trova la prima moschea indiana ed il Qutb Minar, un minareto di arenaria imponente che svetta incredibilmente sul parco circostante. Gruppi folti che sembrano famiglie si aggirano per questi luoghi, mostrando come apprezzano passare in questo modo la domenica pomeriggio insieme.
Per non parlare del mistico, incantevole, fresco silenzio all'interno del Lotus Temple, un luogo impregnato di un senso che nuovamente innalza lo spirito, tentando di dimenticare le distinzioni sociali. Un tempio a-religioso, in cui ogni individuo, di qualsiasi religione, può pregare o meditare accanto all'altro, nella tolleranza reciproca.
Infine la folla a sera inoltrata lungo la via principale di Karol Bagh, lungo cui i negozi restano aperti come a creare quell'ambiente rilassato di svago, per concludere il fine settimana. Non mi sento più gli occhi puntati addosso, comincio ad essere un po' più indifferente e ad apprezzare le cosiddette "regole della casa".
Un ultimo pensiero oggi va al Gulab Jamun, uno dei dolci più buoni che abbia assaggiato, nonché ad alcune pietanze di cui non saprei dire il nome. Come la cultura, questa cucina è molto particolare, può risultare ostica, ma sa rivelare delle incredibili sorprese.

sabato 11 agosto 2012

Giorno 1.

Dopo tanta attesa è arrivato il momento, anche se ciò è avvenuto più di ventiquattrore fa. Le valigie erano finalmente pronte, anche numericamente inferiori al previsto, e il pranzo è stato consumato in fretta e furia per non far aspettare la nostra accompagnatrice. Un'amica, che ci ha portati all'aeroporto per prendere il primo dei due aerei che ci avrebbe condotti in India. Ebbene sì, di questo tratta questo blog, come già si è intuito: un viaggio attraverso il mondo indiano in poco più di due settimane, che porterà me ed il mio compagno di viaggio e di vita a scoprire una realtà completamente diversa da quella a cui sono stata abituata.
Banale forse considerare di poter scrivere un diario di viaggio che possa essere interessante per un qualsiasi lettore della rete, quando già ci sono un'infinità di storie da leggere, da ogni angolo del mondo, su molte vite che hanno qualcosa da raccontare. Ma anche io ho qualcosa da raccontare, oggi e nei prossimi giorni, in particolare su un viaggio che non so come renderà la mia vita al termine di esso.
Prendere un aereo non è una novità per me. E non lo è nemmeno prendere un aereo intercontinentale, con tutte quelle persone, con così poco spazio per stendersi e con l'assoluta consapevolezza che non è possibile dormirvi. Ed il cibo è quello che è, in fondo accettabile, non il migliore della vita sicuramente. Ma comincia ad essere strano il salato a colazione, soprattutto se contiene carne, spezie e salse all'interno di una sorta di piadina arrotolata. Perché no, siamo pronti a tutto, specialmente sul cibo, che sappiamo accogliere in quasi tutte le sue forme e dimensioni. Però su quell'aereo continuavo a ripetermi che stavo per arrivare in India, per atterrare a Delhi, che nella mia vita ho solo visto in televisione e nemmeno così tanto spesso. Stavo per raggiungere un mondo lontano e diverso, mi dicevo, ma cosa significasse questo non lo sapevo, non riuscivo a rendermene conto e proprio per questo mi spaventava.
Atterrare all'aeroporto di Delhi e aggirarsi per i lunghi corridoi con tapis roulant circondati da improbabili moquette beige e marroni dava una sensazione di familiarità: dove sta dopotutto quella differenza che mi aspettavo? Deve di certo ancora arrivare, perché qui in fondo sembra di essere a casa. E questo era proprio vero, perché solo una volta usciti dalla porta dell'aeroporto abbiamo avuto modo di conoscere finalmente uno dei protagonisti di questa storia, ovvero il clima umido ed estremamente caldo, avvolgente fino all'inverosimile. La sensazione è simile a quella di nuotare in un denso liquido morbido e caldo, che soffoca ogni poro e rende difficile respirare, ma in fondo dona una sensazione quasi tollerabile, quasi piacevole. Improvvisamente, all'interno del taxi, ovvero di un trabiccolo che aveva appena finestrini, un guidatore ed un assistente accanto a lui che faceva da freccia umana sporgendo il braccio fuori, un vento asfissiante dato dal movimento della vettura ci schiaffeggiava e scompigliava, ma dava notevole refrigerio mentre ci muovevamo verso la città. Così abbiamo cominciato a conoscere alcuni degli altri personaggi di questa storia, che credo ci accompagneranno sempre in questi giorni. Scimmie divertite che si guardano intorno, cani arzilli o stanchi dai musi dolci e circondati da un miliardo di mosche, vacche accucciate delicatamente ai margini della strada, serene della loro condizione privilegiata in questo paese che le adora. Tuc-tuc che sfrecciano qua e là, in piccole ape car o in risciò condotti da giovani, molti dei quali sono fermi ai margini ombreggiati delle strade accasciati sui sedili dei clienti che hanno portato e continueranno a portare, a discapito della loro fatica. I loro sguardi sono caldi e irriverenti, come quelli di molti ragazzi che si incontrano in giro per le strade. Sono evidentemente avidamente curiosi, con gli occhi comunicano la voglia di avere di più in molti modi, alcuni dei quali possono essere considerati opinabili. Più arduo da descrivere è ciò che riguarda i bambini ed il loro modo di avvicinarsi, soprattutto alle donne turiste secondo quello che è accaduto a noi. Eccolo lì quel ragazzino, sporto all'interno del taxi, cercando di vendermi un ramoscello in cui sono infilati un limoncino e dei peperoncini, continuando ad attirare la mia attenzione toccandomi il braccio, rivolgendomi sguardi insistenti per suscitare la pena che nasce spontanea davanti a ciò. Tutto ciò perché, mentre aspettavamo che il semaforo diventasse verde, io ho incrociato il suo sguardo per caso mentre lui si trovava ad una decina di metri da me. Ha interpretato questo mio gesto come un segnale, una risposta alla sua implicita richiesta, una mia approvazione. Gli sguardi in questo paese sono un modo di comunicare talmente esplicito che resto senza parole.
Arriviamo in albergo, sul quale non ho niente da dire, poiché la cosa peggiore che possa riservarci è comunque del tutto non interessante ai fini di questa storia. Ma qui non posso fare a meno di notare il tipo di trasmissioni televisive che vengono trasmesse, le pubblicità, i canali. Di nuovo, come in aeroporto, sono confusa, perché non capisco quanta e quale sia la differenza allora, dov'è che siamo simili e dove invece culturalmente e socialmente divergiamo, noi e loro. Solo al termine di questa giornata comincio a darmi delle risposte a riguardo.
Il parlamento, la casa presidenziale e le numerose ville di ricchi possidenti e uomini politici si innalzano in quartieri a loro dedicati, mentre baracche spuntano in ogni dove nel resto della città, rendendo definitivamente visibile quel contrasto, quel controsenso sempre presente.
La tomba di Humayun ed il Gandhi Smriti danno a questa città un'altra peculiarità, ossia la sua monumentalità, visibile in un palazzo funerario con giardini che ha dato ispirazione alla costruzione del Taj Mahal ed attraverso un personaggio ricco di storia, amore nazionale e fede al di là della religione. Questa è la sacralità di questo paese, famoso per la sua cultura, per l'Ohm, lo Yoga e l'Ayurveda. Quella calma, la pace ed il misticismo che inconsciamente sono venuta a cercare.
Ma non si può non fare i conti con l'incessante rumore dei clacson, con la guida spericolata dei guidatori di questa città, che in ogni momento sembrano incredibilmente vicini a scontrarsi eppure non lo fanno mai. E allora mi chiedo dove si trovi quella calma, quella pace mistica in tutto questo, confrontandomi di nuovo con un apparente controsenso. Ne verrò a capo entro la fine di questa esperienza, lo devo a me stessa.
Non si può non parlare di tutto ciò senza far riferimento a Connaught Place, un luogo impressionante, sbalorditivo. Mendicanti, automobili e tuc-tuc che sfrecciano, un uomo steso a terra da sembrar morto, come normalmente fanno i cani per il caldo che soffrono, gruppi di persone che per attraversare la strada si buttano tra le macchine senza alcuna regola nel fracasso generale, giovani ragazzi che cercano di attaccare bottone per ottenere non si sa bene cosa, ragazzine in pantaloncini inconsapevoli che crescendo non li metteranno più, perché nessuna ragazza va in giro scoperta più di tanto. Un mercatino di botteghe di elettronica interrato nel centro di Connaught Place avvolto da un odore melenso che ricorda l'urina, marciapiedi in costruzione di fronte ai negozi, in cui ragazze senza volto puliscono i pavimenti e trattate come se non esistessero. Slarghi in cui viene distribuito del cibo a varie persone, evidentemente non abbienti, donne che portano bambini in braccio vestiti solo della maglietta e senza le mutande, gruppi di uomini all'ombra di alberi e camion a prepararsi il tè e una manciata di persone semi vestite che tentano di fumare qualcosa di simila al crack o all'eroina, del nero sulla carta stagnola.
E poi la cena all'Alpha, ristorantino assai carino: uomini e ragazzi grassocci con turbanti neri, donne vestite di sari eleganti e colorati, bambine in vestitini pieni di lustrini, mentre una cantante si esibisce con un gruppo musicale e canta di tanto in tanto Happy Birthday ai festeggiati presenti in sala. Cibo passa e ripassa davanti ai nostri occhi e ci accorgiamo di come queste persone mangino in quantità enorme, portate su portate, e sembra quasi di essere in un ristorante di Napoli.
Questo primo giorno è arrivato alla fine e ha lasciato diverse domande. Vedremo in seguito dove esse porteranno.